
Nella prima parte di questo articolo divulgativo dal titolo “Mastiti nelle vacche da latte: un problema davvero superato? Parte prima” abbiamo analizzato l’andamento della conta cellulare (SCC) individuale della frisona italiana e rilevato non poche sorprese.
Obiettivo di questa seconda parte è invece verificare l’efficacia dell’asciutta e della terapia selettiva (SDCT). Inoltre, abbiamo riportato le serie storiche dell’andamento della conta differenziale delle cellule somatiche (DSCC) in Italia e in alcune regioni italiane.
Il ruolo dell’asciutta
L’asciutta è un periodo di fermo produttivo che l’allevatore garantisce alle sue bovine da latte per ragioni sanitarie e metaboliche che hanno un grosso impatto sulle prestazioni dei singoli animali nella successiva lattazione. Le principali motivazioni sono permettere alle mammelle di risanarsi dalle infezioni batteriche contratte nella lattazione precedente, dare tempo alla ricostruzione delle riserve di glucosio (glicogeno epatico) e proteine labili (aminoacidi muscolari), e assicurare un corretto apporto di nutrienti al feto e al sistema immunitario per produrre un buon colostro.
Per fare questo ed altro ci vuole tempo e ad oggi, per gli scienziati e per i tecnici, l’asciutta dovrebbe idealmente durare 60 giorni. In situazioni dove la produzione delle bovine al momento dell’asciutta è molto elevata si può optare, per singole bovine, per l’asciutta corta di 45 giorni, ma per fare ciò è necessario un piano alimentare diverso rispetto a quello dell’asciutta di durata convenzionale. Ridurre ulteriormente questo periodo può compromettere le performance produttive, riproduttive e sanitarie delle singole bovine.
L’asciutta si suddivide in tre momenti. Il primo è quello della messa in asciutta, durante il quale le vacche vengono in genere spostate in un gruppo a parte dove l’igiene viene particolarmente curata e dove l’alimentazione si basa solo su fieni di graminacee e paglia, avendo cura di non far mai mancare l’acqua da bere e le attrezzature necessarie a prevenire, durante l’estate, lo stress da caldo. La sospensione brusca della mungitura al termine di un periodo di alimentazione privo di concentrati permette alla produzione di latte di scendere al di sotto dei 15 kg al giorno, e questo consente l’interruzione della doppia o tripla mungitura giornaliera.
Al termine di questa prima fase la bovina viene trasferita in un apposito gruppo di asciutta propriamente detta, nel quale viene somministrata una specifica dieta e dove soggiornerà per poco più di un mese.
Molto delicate, e da gestire con grande attenzione, sono le ultime tre settimane di gravidanza, che le bovine da latte solitamente trascorrono in un gruppo denominato di preparazione al parto o close-up, che altro non è che la prima fase della transizione. Molte delle malattie metaboliche e la ritardata ripresa dell’attività ovarica dopo il parto hanno in questa fase i principali fattori di rischio ed eziologici.
Per la preparazione al parto, come del resto per l’asciutta, i fabbisogni nutritivi sono molto “rigidi” e hanno l’obiettivo di ridurre al minimo eccessi e carenze di nutrienti che potrebbero causare già in questa fase stress ossidativo, disordini minerali, acidosi e chetosi subclinica.
Errori nella gestione e nella nutrizione durante la preparazione al parto sono fattori di rischio per le tante patologie che si manifestano durante il puerperio, ossia nella seconda fase della transizione, come la ritenzione di placenta, la sindrome ipocalcemica (sia a decorso clinico che subclinico), la dislocazione dell’abomaso, la chetosi, la mastite, la metrite puerperale e l’infertilità.
Verifica dell’effetto “asciutta” sulla salute della mammella
L’elevato livello genetico raggiunto da molte razze da latte, specialmente dalla Frisona Italiana, unitamente all’adozione della terapia selettiva d’asciutta, potrebbe potenzialmente generare interferenze negative sulla salute della mammella.
Per verificare se durante l’asciutta le vacche sane, ossia con meno di 200.000 SCC, rimangono sane o si ammalano, e se quelle ammalate guariscono o meno, abbiamo utilizzato i dati raccolti nel corso dei controlli funzionali del sistema AIA-ARA, elaborati da ANAFIBJ e Ruminantia, relativi alle Frisone Italiane durante il periodo 2016-2025.
Abbiamo osservato l’andamento delle quattro classi:
- malate-sane,
- sane-malate,
- malate-malate,
- sane-sane.
Le bovine che all’ultimo controllo funzionale avevano più di 200.000 SCC, quindi mammelle infiammate, e dopo il parto avevano invece meno di 200.000 SCC (malate-sane), sono passate dal 22,3% del 2016 al 18,06% del 2025, evidenziando quindi un trend peggiorativo.
Anche quelle che erano sane alla fine della lattazione, ossia con una SCC inferiore a 200.000, e che hanno avuto al primo controllo un peggioramento della SCC a causa di infezioni contratte in asciutta (sane-malate), hanno registrato un lieve peggioramento, passando dal 13,3% al 14,49%.
Abbiamo detto che una delle motivazioni per le quali si concede un fermo produttivo alle bovine adulte tra una lattazione e l’altra è il risanamento della mammella dai microrganismi mastidogeni che in essa sono entrati. Le bovine che chiudono la lattazione con un livello di cellule somatiche superiore a 200.000 e presentano valori analogamente elevati anche all’inizio della lattazione successiva possono essere considerate animali che non hanno beneficiato del processo di guarigione atteso durante l’asciutta (malate-malate). In questi casi, soprattutto quando è stata effettuata una terapia antibiotica alla messa in asciutta, è lecito ipotizzare che il percorso di risanamento non sia stato completamente efficace. Queste bovine sono passate dal 12,19% al 9,04%, evidenziando un miglioramento.
Le bovine che concludono una lattazione sane e iniziano la nuova lattazione nello stesso stato (sane-sane) sono passate dal 52,19% al 58,41% del 2025, evidenziando una tendenza sicuramente positiva.
Le differenze regionali
La situazione delle regioni con la maggiore concentrazione di bovine da latte è simile ma non identica, sia negli andamenti sia nelle percentuali, rispetto a quanto avviene a livello nazionale nella Frisona Italiana nel corso degli anni.
In Emilia-Romagna, la maggior parte degli allevamenti produce latte destinato al Parmigiano Reggiano e presenta dati produttivi, riproduttivi e sanitari spesso molto diversi rispetto alle altre regioni della Pianura Padana con le quali condivide clima, altimetria e grossomodo la latitudine. In un lavoro svolto in collaborazione tra ANAFIBJ e Ruminantia, con il supporto di numerosi dati, abbiamo analizzato come alcuni fenotipi possano essere o meno condizionati dai vincoli posti dal disciplinare di produzione del latte destinato a questa DOP. L’articolo in questione, è intitolato “È opportuno allevare la Frisona per fare il Parmigiano Reggiano?”, e ne consigliamo la lettura, in quanto alcuni dei più importanti paradigmi che governano l’allevamento della vacca da latte mostrano una certa fragilità.
Coerentemente con il dato nazionale, l’andamento delle bovine malate-sane in questa regione è in riduzione, e questo non rappresenta un dato positivo. Anche nelle bovine che chiudono la lattazione sane e al primo controllo funzionale dopo il parto presentano un aumento della concentrazione di cellule somatiche (sane-malate) si osserva un certo peggioramento. È invece positivo, anche se lievemente, l’andamento delle bovine che non guariscono in asciutta (malate-malate). Risulta infine particolare l’andamento delle bovine che chiudono la lattazione con mammelle sane e dopo il parto rimangono tali (sane-sane), che mostra una tendenza in crescita dal 2017 con una decisa e netta “impennata” tra il 2023 e il 2025.
Per la Lombardia si può osservare una riduzione della percentuale di bovine che chiudono la lattazione malate e la riaprono sane e una crescita, anche se lieve, di quelle le cui mammelle si ammalano in asciutta. La percentuale, invece, di bovine che hanno mammelle malate e che partoriscono senza un miglioramento è in peggioramento, anche se di poco.
Le bovine che passano da una lattazione all’altra con mammelle sane mostrano in Lombardia un andamento più complesso da interpretare: un miglioramento netto dal 2017 al 2021, un deciso calo dal 2021 al 2023 e una brusca impennata nel 2023-2024.
Non molto diversa dalla Lombardia la situazione in Veneto. La categoria malata-sana nei nove anni considerati vede un lieve peggioramento mentre si evidenzia un live aumento della categoria sana-malata. Sostanzialmente stabile la categoria malata-malate mentre si nota un andamento simile per l’insieme sana-sana.
Anche il Piemonte conferma grosso modo l’andamento dei dati della serie storica per le quattro categorie considerate.
Il conteggio delle cellule differenziali
Condiviso sia dalla comunità scientifica che da quella dei tecnici, il valore soglia per stabilire se una mammella o un suo quarto siano infiammati, e quindi spesso infetti, è un livello di cellule somatiche maggiore o uguale (≥) a 200.000/ml. Questa è una convenzione in uso da anni, ma sicuramente in un futuro anche prossimo questo limite, o cutoff, si abbasserà a ≤ 100.000/ml per definire sano un quarto o una mammella, visto che ormai molti allevamenti di bovine da latte presentano un tenore medio di SCC inferiore a 200.000/ml e una bassissima prevalenza di mastiti sia cliniche che subcliniche.
Negli anni passati puntare ad avere per le singole bovine una SCC molto bassa sollevava empiricamente alcune perplessità, perché quelle che oggi chiamiamo cellule somatiche sono in realtà leucociti, ossia globuli bianchi, che rappresentano il principale sistema difensivo della mammella contro le infezioni. In un recente passato destava quindi qualche preoccupazione l’auspicare il livello più basso possibile di SCC a livello di singola bovina, poiché ciò poteva presupporre un sistema difensivo mammario debole, con conseguente maggiore rischio di mastiti cliniche e cronicizzazione.
Con l’avvento della conta differenziale delle cellule somatiche (DSCC) le cose sono radicalmente cambiate, per diversi motivi. La mammella, o meglio gli alveoli mammari dove il latte viene sintetizzato e stoccato, sono in contatto con l’ambiente esterno tramite il dotto mammario, e quindi il rischio di ingresso di patogeni è elevato. Il sistema difensivo mammario è molto complesso e comprende barriere fisiche come lo sfintere del capezzolo e la “cera” che si deposita tra una mungitura o suzione e l’altra.
Sono presenti anche fattori antibatterici naturalmente contenuti nel latte, come la lattoferrina, la transferrina, il lisozima e la lattoperossidasi. Se nonostante ciò i microrganismi patogeni riescono a raggiungere l’alveolo mammario, incontrano il primo livello difensivo costituito dai macrofagi, leucociti presenti costantemente nel latte che hanno il compito di distruggere per fagocitosi i patogeni e rimuovere cellule morte e detriti cellulari.
È intuitivo che più è elevato il numero di macrofagi presenti negli alveoli mammari, minore è il rischio che i patogeni riescano a instaurare infezione e quindi mastite. Questo spiega le perplessità del passato nel non ritenere sempre auspicabile una SCC eccessivamente bassa.
Se i macrofagi non riescono a eliminare completamente i microrganismi, viene attivato un sistema di allarme complesso fatto di enzimi, citochine pro-infiammatorie e altri mediatori che richiamano dal sangue i polimorfonucleati (neutrofili) e i linfociti, cellule del sistema immunitario più specializzate nella risposta infiammatoria. L’aumento di queste popolazioni determina un incremento significativo della SCC nel latte, rendendola un importante strumento diagnostico per le mastiti, soprattutto nelle fasi iniziali o subcliniche.
Da diversi anni è possibile differenziare le cellule somatiche in macrofagi, neutrofili e linfociti mediante microscopia ottica, microscopia a fluorescenza e citofluorimetria a flusso. Quest’ultima è la tecnica più utilizzata nei sistemi automatizzati dei laboratori AIA-ARA, che permettono l’analisi rapida e standardizzata di un elevato numero di campioni.
Allo stato attuale delle conoscenze, si ritiene accettabile un valore soglia in cui la sommatoria di neutrofili e linfociti rispetto ai macrofagi sia inferiore al 65%, anche se tale cutoff può essere influenzato dal numero di lattazioni e dai giorni medi di lattazione. In diversi lavori sperimentali è stato evidenziato che l’ereditabilità della DSCC, e più in generale delle mastiti, è bassa ma presente, e che in caso di infezione mammaria la conta differenziale può aumentare anche oltre il 30%.
Alla luce di queste considerazioni, si può definire una mammella o un quarto sano se presenta SCC ≤ 200.000 e DSCC < 65%. Può essere considerata sospetta di infezione se, a parità di SCC, la DSCC è > 65%, condizione nella quale si osserva una riduzione produttiva compresa tra lo 0,9 e il 2,4%.
Bovine con SCC ≥ 200.000 e DSCC > 65% possono essere diagnosticate come mastitiche, con perdite produttive stimate tra il 6,0 e il 9,8%. Bovine con SCC > 200.000 ma DSCC < 65% possono essere considerate mastitiche croniche, con perdite produttive comprese tra il 17,5 e il 38,5%.
Conclusioni
La prevenzione delle mastiti sia cliniche che subcliniche apporta enormi vantaggi alla produttività delle bovine e alla resa e attitudine casearia del latte. Per poter fare benchmark e conoscere i valori “normali” dei biomarcatori come la SCC e la DSCC, un grande aiuto proviene dall’enorme quantità di informazioni derivanti dalle analisi del latte individuale raccolte nel corso dei controlli funzionali per la selezione genetica.
Autori
Alessandro Fantini¹, Gloria Manighetti², Maurizio Marusi², Elisabetta Simonetti¹, Martino Cassandro²
¹ – Ruminantia
² – ANAFIBJ

























































































