
La mastite, ossia l’infiammazione della mammella, è una malattia molto grave per le bovine da latte al punto di essere inserita, insieme ad infertilità e zoppie, tra le principali cause di riforma di questi animali. Le infiammazioni della mammella, siano esse a decorso clinico o sub-clinico, alterano profondamente la quantità e la qualità del latte, intesa come concentrazione di grasso e proteine e, cosa molto grave, influenzano negativamente la sua attitudine casearia.
Ad aggravare ulteriormente la situazione vi è il fatto che il trattamento delle mastiti rappresenta uno dei principali ambiti di impiego degli antibiotici nella bovina da latte, sebbene l’introduzione della terapia selettiva alla messa in asciutta ne abbia ridotto in modo significativo l’utilizzo.
Da molti anni è stata intrapresa una complessa azione di contrasto finalizzata a ridurre la prevalenza delle mastiti, sia cliniche sia subcliniche, attraverso il miglioramento dell’igiene ambientale e delle procedure di mungitura, un utilizzo più corretto degli impianti e l’attuazione di piani di eradicazione dei patogeni contagiosi e della Prototheca. Tuttavia, come ricorda la saggezza popolare, “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”, e nella pratica quotidiana teoria e applicazione non sempre coincidono.
In generale, nella prevenzione delle mastiti, siano esse cliniche o subcliniche, acute o croniche, si ricorre più frequentemente a un approccio basato su protocolli standardizzati piuttosto che a una gestione strettamente professionale e personalizzata. Questo approccio presenta indubbi vantaggi, ma anche alcuni limiti, poiché le eccezioni alla regola nelle mastiti sono numerose, proprio a causa della loro eziologia e dei molteplici fattori di rischio.
La situazione della mastite in Italia
Fatta questa premessa, è nostra intenzione approfondire il tema con due articoli, di cui questo è il primo, in cui cercheremo di comprendere la reale efficacia dei paradigmi finora adottati nella gestione delle infiammazioni della mammella bovina. Per farlo, analizzeremo delle serie storiche di dati relative al contenuto medio di cellule somatiche nel latte di massa.
Non essendo però disponibili, a livello nazionale, dei dati aggregati open access che consentano di verificare l’andamento di questo parametro nel tempo, in questo lavoro divulgativo utilizzeremo informazioni afferenti esclusivamente a bovini di razza Frisona Italiana e, in parte, Jersey, provenienti da allevamenti aderenti al piano nazionale di selezione di ANAFIBJ.
I valori esaminati rappresentano medie ponderate del contenuto di cellule somatiche (SCC) del latte individuale raccolto negli allevamenti durante i controlli funzionali del sistema AIA-ARA.
In particolare, in questo primo articolo analizzeremo:
- Andamento della SCC media (ponderata) a livello nazionale e nelle regioni a più alta concentrazione di allevamenti di bovine da latte.
- Andamento della SCC suddivisa per fascia 1 (≤ 100.000), fascia 2 (200.000-1.000.000) e fascia 3 (> 1.000.000).
Nel secondo, poi, che sarà pubblicato sul prossimo numero di Ruminantia Mese, approfondiremo:
- L’effetto “asciutta” sulla salute della mammella.
- Andamento della conta differenziale delle cellule somatiche (DSCC).
Andamento del livello di SCC (media ponderata)
Dopo anni di costante riduzione della concentrazione media di cellule somatiche nel latte individuale della Frisona Italiana e della Jersey, a partire dal 2022 si è osservata un’inversione di tendenza (figura 1). Tale cambiamento coincide, almeno temporalmente, con il divieto del trattamento sistematico alla messa in asciutta (BDCT), sostituito dalla terapia selettiva (SDCT), da riservare esclusivamente ai soggetti per i quali vi sia una ragionevole certezza di infezione o infiammazione mammaria.
Questa misura è stata introdotta dal Regolamento (UE) 2019/6, che vieta, tra le altre cose, il ricorso alla BDCT ossia la metafilassi antibiotica a tappeto senza ragioni di straordinarietà e comunque susseguenti ad una diagnosi oggettiva. Il provvedimento sta producendo risultati rilevanti, poiché dal 2010 l’utilizzo di antibiotici negli animali si è ridotto del 64%, con effetti molto positivi nel contrasto all’antibiotico-resistenza.
Rimane tuttavia fondamentale monitorare con attenzione l’andamento delle mastiti attraverso il controllo della SCC (Somatic Cell Count).
Andamento della SCC suddivisa per fascia
Per verificare la situazione e comprendere più nel dettaglio l’andamento della SCC, si è ritenuto opportuno suddividerla in tre fasce.
La prima fascia comprende le bovine con un livello di cellule somatiche ≤100.000/ml, valore considerato un obiettivo particolarmente ambizioso poiché presuppone un livello di infiammazione mammaria pressoché assente. Come vedremo più avanti, questo parametro deve essere interpretato insieme alla DSCC, ossia la quantificazione della percentuale di PMN(neutrofili) e linfociti rispetto ai macrofagi.
PMN e linfociti aumentano infatti in presenza di un agente patogeno da contrastare in modo specifico, mentre i macrofagi rappresentano le “sentinelle” della mammella e, in generale, una loro maggiore presenza è considerata favorevole.
La seconda fascia è molto ampia e comprende le bovine con una SCC compresa tra 200.000 e 1.000.000 cellule/ml. In questo intervallo rientrano sia le mastiti subcliniche sia molte forme cliniche non ancora identificabili attraverso il semplice esame visivo del latte. Ai fini di questo articolo divulgativo non è stato ritenuto utile suddividere ulteriormente questa categoria in sottofasce.
In Italia non disponiamo di dati certi sulla prevalenza delle mastiti cliniche, poiché questo fenotipo non viene raccolto e monitorato in maniera sistematica. In molti allevamenti le mastiti cliniche vengono annotate, sia su supporti cartacei sia digitali, ma tali informazioni raramente vengono aggregate e analizzate in modo strutturato.
Pur con un ampio margine di errore e con tutti i limiti clinici e scientifici del caso, si può comunque stimare che una bovina con oltre 1.000.000 di cellule somatiche/ml sia affetta da mastite clinica.

Figura 2 – Percentuale di bovine di razza Frisona italiana nelle tre fasce di cellule somatiche per le regioni Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Piemonte e resto d’Italia.
Le bovine di razza Frisona Italiana allevate nelle aziende socie di ANAFIBJ sono, nel 2025, 1.156.584 distribuite in 8.592 allevamenti.
In queste aziende, dal 2010 al 2025, il valore medio delle cellule somatiche per ml nel latte individuale ha mostrato un andamento complessivamente in diminuzione, anche se dal 2022 si è registrato un lieve rialzo, contenuto ma meritevole di un attento monitoraggio per comprenderne le cause.
La percentuale di bovine con una SCC media ≤100.000 cellule/ml — indicativa di mammelle sostanzialmente sane — ha raggiunto nel 2025 circa il 55%, con un incremento di circa 15 punti percentuali rispetto al 2010, dato sicuramente positivo. Parallelamente, l’ampia fascia di bovine con SCC compresa tra 200.000 e 1.000.000 cellule/ml si è ridotta in modo significativo, attestandosi nel 2025 intorno al 20% (figura 2).
Rimane tuttavia rilevante, sebbene in calo, la quota di bovine con livelli di SCC superiori a 1.000.000 cellule/ml, potenzialmente associabili a mastiti cliniche evidenti, che rappresentano ancora poco meno del 10% dei casi.
Conclusioni
Nel complesso, questi dati suggeriscono che, pur in presenza di un utilizzo più responsabile degli antibiotici, sia necessario continuare a ridurre la media generale della SCC, puntando a mantenerla stabilmente al di sotto delle 200.000 cellule/ml.
Per raggiungere questo obiettivo è indispensabile proseguire con la prevenzione delle infezioni mammarie, il controllo degli impianti e delle procedure di mungitura, la selezione genetica e la gestione dei fattori di rischio metabolici e nutrizionali, aspetti che ancora oggi risultano insufficientemente approfonditi dalla ricerca scientifica.
Autori
Alessandro Fantini¹, Gloria Manighetti², Maurizio Marusi², Elisabetta Simonetti¹, Martino Cassandro²
¹ – Ruminantia
² – ANAFIBJ





















































































