15 Ottobre 2026

Visto l’andamento del prezzo del latte il clima generale del settore è torrido quasi come l’estate appena terminata, che tanto ha contribuito alla diffusione dell’aflatossina b1 (così chiamata per il colore blu della fluorescenza che emette sottoposta a raggi ultravioletti).

La recente pubblicazione del bollettino del Laboratorio Analisi zootecniche di Gonzaga, documento comparativo dei valori analitici del contenuto di nitrati dei fieni, delle principali micotossine del mais, e della digeribilità della fibra di tutti gli alimenti in questi ultimi anni, aggiornato con un numero di campioni significativo del 2026, mi ha indotto a qualche spunto di riflessione.

Riporto di seguito i valori inerenti all’aflatossina b1 nella farina, nel pastone e nel silomais.

È evidente l’emergenza di quest’anno per quanto riguarda il mais.

In una situazione difficile come questa, sono stato di recente coinvolto in valutazioni di foraggi e concentrati la cui qualità sanitaria è stata inficiata dalle condizioni climatiche e, quindi, investito da richieste di aiuto in caso di contaminazione conclamata da allevatori che hanno dovuto, o hanno rischiato di dover, smaltire la loro produzione di latte di uno o più giorni a causa di un quantitativo di aflatossina M1 superiore ai 50 ppt.

Al di là del danno economico, la cancerogenicità per l’uomo dell’aflatossina B1 è conclamata. Inoltre, per quanto riguarda le bovine, va ricordata la patogenicità epatica e l’azione immunodepressiva dovuta alla formazione di ROS, con conseguente maggiore esposizione ad altre patologie, come le mastiti. Quindi, i valori stabiliti dalla comunità sono un gold standard a tutti gli effetti.

Di fatto, però, gli allevatori si trovano nella condizione di aver investito nella coltivazione del mais, in tutte le sue forme di utilizzo, come risorsa fondamentale per l’alimentazione delle bovine, ma di poterne impiegare solo quantitativi limitati per non incorrere nelle sanzioni previste dalla legge.

Volendo fare una chiosa, mi associo ad Arrigo Milanesi che, da queste pagine, di recente ha invocato, come per altri settori dell’azienda zootecnica, strumenti e competenze agronomiche qualificate, nelle quali non mi addentro, ma che sicuramente aiuterebbero a diminuire il rischio di tutte le micotossicosi vegetali.

Già da diversi anni, per ridurre velocemente la contaminazione, si utilizzano bentoniti e sostanze affini che, grazie alla loro capacità assorbente, nel giro di 36-48 ore abbassano significativamente il tasso di aflatossina M1 nel latte, evitando problemi economici importanti. Svolgono però, in funzione della loro microporosità, anche un’azione catturante nei confronti di altre molecole molto piccole, come vitamine e oligoelementi, che ne sconsiglia l’utilizzo per periodi prolungati.

I consigli pratici per gli allevatori sono quelli di monitorare costantemente l’unifeed e gli alimenti contaminati, in quanto il problema è tipicamente diffuso «a macchia di leopardo», e di calcolare, con l’equazione di trasformazione da B1 a M1, la pericolosità, in modo da valutare se e quanto prodotto catturante utilizzare.

Come si può verificare, la previsione del contenuto di aflatossina M1 nel latte, espresso in ng/kg, risulta superiore di circa il 20% rispetto alla quantità di aflatossina B1 assunta giornalmente con la dieta, espressa in µg.

Una volta effettuate queste valutazioni, è opportuno considerare anche la possibilità di «tagliare» i materiali contaminati con prodotti alternativi affini: orzo, frumento e sottoprodotti dell’industria dolciaria per quanto riguarda la farina e il pastone di mais; insilati primaverili, insilati di sorgo o fieni per il silomais.

Si può così accettare di utilizzare le scorte in un periodo di tempo più lungo, mantenendo al contempo la contaminazione sotto controllo e proseguendo tranquillamente la propria attività.

Continuando nella lettura del documento del Laboratorio Analisi Zootecniche, mi sono imbattuto in un altro tema al quale la siccità dell’estate appena conclusa è sicuramente corresponsabile: quello dei nitrati nei fieni, un argomento che riguarda soprattutto la zona di produzione del Parmigiano Reggiano.


Calcolando che il livello ritenuto «safe» nell’unifeed è di 500 mg/kg di SS, e che la zona «grigia» è compresa tra 500 e 1.000 mg/kg di SS, il contenuto di nitrati del 44% dei fieni di quest’anno (26% + 11% + 6,9%) è potenzialmente pericoloso, se non viene anch’esso diluito con fieni «sani». Ricordiamo solo di sfuggita i problemi di mancato annidamento embrionale e quelli podali in genere legati a un eccesso di nitrati, senza contare anche qui l’affaticamento epatico dovuto al processo di glucuronazione necessario per detossificarli.

Per quanto riguarda i nitrati, la pratica nutrizionale più comune per minimizzarne gli effetti consiste nell’aumentare il contenuto di zuccheri e nell’effettuare periodicamente trattamenti con disintossicanti epatici.

Le temperature eccessive hanno condotto, specialmente nel caso dell’erba medica, a fioriture anticipate e a un aumento della lignificazione delle parti aeree della pianta, rendendo difficile la raccolta di foraggi secchi con adeguate caratteristiche nutrizionali. Per ovviare a questo problema, è possibile utilizzare sottoprodotti fibrosi molto poveri di lignina, come buccette di soia e tutolo di mais. Inoltre, sono recentemente apparsi in commercio prodotti che stimolano l’attività fibrolitica fungina in associazione con enzimi cellulolitici e amilolitici, che in prospettiva potrebbero rivelarsi utili.

Da questa veloce carrellata di problematiche di natura sanitaria e nutrizionale nasce una considerazione quasi ovvia: qual è la ricaduta economica di queste problematiche sulle aziende?

Già il nostro settore vive, come accennato all’inizio, un momento difficile, caratterizzato dalla diminuzione dei prezzi e dalle richieste da parte degli acquirenti di non superare le produzioni precedenti, difficili da esaudire per le aziende che hanno aumentato il numero di capi nei momenti di euforia degli anni passati, spesso effettuando anche investimenti importanti, e dalla pressione sempre più forte sulla qualità del latte, con franchigie più elevate e tentativi di introdurre il pagamento basato sulle proteine vere anziché su quelle totali.

Le strategie messe in atto per contrastare queste problematiche costituiscono di fatto un esborso economico importante. Inoltre, l’immobilizzo parziale degli stock contaminati genera un aumento dei costi per gli acquisti extra-aziendali. Purtroppo, bisognerà quindi far buon viso a cattivo gioco e, come sempre nei momenti di crisi, aumentare al massimo l’efficienza produttiva.

About the Author: Enrico Dubini

Agronomo libero professionista. Email: enricoc.dubini@gmail.com

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