15 Settembre 2025

Pur sforzandosi molto, sembra che quanto finora realizzato per il benessere degli animali d’allevamento non abbia prodotto vantaggi oggettivamente misurabili, almeno dal punto di vista dell’opinione pubblica. È difficile rispondere con numeri “robusti” a domande come: gli sforzi fatti dal nostro Paese, in termini di risorse umane ed economiche, hanno permesso di garantire agli animali una qualità della vita realmente migliorata? Sono riusciti a rassicurare i consumatori e l’opinione pubblica?

La metodologia scelta dall’Italia prevede il confronto tra un gold standard di allevamento ideale, definito in termini di strutture e gestione (approccio non animal-based), e quanto osservato direttamente da un gruppo di medici veterinari appositamente formati che utilizzano check-list strutturate come CReNBA-Classy Farm e SQNBA. Durante questi audit, le stesse check-list raccolgono anche informazioni sulle performance produttive, riproduttive e sanitarie collettive degli animali (animal-based).

Il presupposto di questo imponente lavoro sul campo dovrebbe essere confrontare la capacità di adattamento delle principali specie allevate per produrre cibo con i metodi di allevamento ritenuti ideali dall’uomo. Un esempio emblematico è quello delle bovine da latte: il persistere di problemi come le mastiti subcliniche, l’alta prevalenza della dermatite digitale e la necessità di ricorrere sistematicamente alla TAI per la riproduzione evidenziano che, nella definizione del gold standard di allevamento, qualcosa potrebbe non aver funzionato come previsto.

Gli allevatori, negli anni successivi alla presentazione del metodo CReNBA da parte dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia e dell’Emilia Romagna, hanno migliorato autonomamente il benessere degli animali nei loro allevamenti. Questo miglioramento non è sempre stato guidato da finalità etiche o legislative, ma da legittimi interessi economici, consapevoli che il benessere animale è un prerequisito fondamentale per la profittabilità dell’allevamento.

Gli allevatori, supportati dai loro fornitori di prodotti e servizi, hanno sempre saputo quali investimenti erano necessari per il benessere animale e, quando i prezzi del latte e della carne alla stalla erano più remunerativi e la PAC favorevole, hanno effettuato tutte le spese necessarie. È importante ricordare che il benessere animale è un investimento significativo, realizzabile solo se esiste un ritorno economico, perché allevare animali non è un’attività ricreativa ma economica.

Il modello di allevamento ideale, creato dagli allevatori con il supporto dei fornitori, ha accompagnato l’evoluzione della qualità delle aziende italiane, indipendentemente dai metodi di valutazione del benessere proposti dalla pubblica amministrazione. Queste “buone pratiche d’allevamento” sono nate e, in parte, sono state coordinate grazie ai dipartimenti R&D dell’industria, alla ricerca scientifica, alle conoscenze empiriche di consulenti e allevatori, e al buon senso.

Tuttavia, questa visione del benessere animale come fattore di produzione non è riuscita a risolvere i problemi tecnici precedentemente menzionati, né a rassicurare l’etica e le preoccupazioni salutistiche dei consumatori. Una prova di ciò è il progressivo calo dei consumi di prodotti di origine animale, osservato da diversi anni in molti paesi occidentali. I dati mostrano chiaramente che, quanto più è alto il tenore di vita e minore la diseguaglianza sociale, tanto più i consumi di latte e carne tendono a diminuire. Al contrario, nei paesi emergenti in via di crescita economica, i consumi di prodotti di origine animale aumentano significativamente.

Ruminantia ha dedicato numerosi articoli a queste tematiche, arrivando nel 2017 a proporre un modello olistico di allevamento a “benessere estremo”, denominato La Stalla Etica®, suggerendo ai lettori di abbandonare il termine ormai obsoleto ed equivoco di “benessere animale” in favore di un più chiaro e comprensibile concetto di “qualità della vita”, con l’obiettivo di riaprire il dialogo con la pubblica opinione.

Anche nei migliori allevamenti italiani esistono aspetti che risultano oggettivamente difficili da spiegare ai cittadini, ormai distanti sia dalla natura sia dal mondo rurale: l’impatto ambientale, la competizione alimentare diretta con l’uomo, l’allontanamento immediato del vitello dalla madre alla nascita, la breve vita produttiva delle bovine da latte per motivi sanitari e la quasi impossibilità di farle riprodurre naturalmente.

Per immaginare una fase post-benessere animale è necessario fare alcune considerazioni propedeutiche, per non ripetere gli errori del passato. Come avrebbe detto Massimo Troisi, “ricomincio da tre”.

Prima di prendere decisioni drastiche, occorrerebbe condurre uno studio dettagliato, ampiamente supportato da evidenze scientifiche, che descriva la vera etologia delle principali specie e razze allevate per produrre cibo.

A titolo di esempio, la domesticazione del Bos primigenius (Uro) ha fornito “l’argilla” che l’uomo ha modellato per i propri scopi. L’Uro è stato scelto tra molte specie candidate perché possedeva le caratteristiche di base utili all’umanità. La selezione genetica millenaria ha creato la matrice da cui sono derivate le numerose razze bovine attuali.

Nonostante ciò, la conoscenza dell’etologia della specie bovina e delle condizioni ambientali in cui può esprimere al meglio il proprio comportamento naturale non è ancora sufficientemente chiara.

Un altro importante sforzo conoscitivo consiste nel confrontare l’etologia naturale degli animali con ciò che consideriamo allevamenti ideali per i vari indirizzi produttivi dei bovini. Per ottenere riscontri pratici è necessario individuare quei fenotipi o segnali che indichino inequivocabilmente che gli animali vivono una vita di qualità, il più possibile vicina a quella naturale, ma al netto degli “effetti collaterali” del mondo selvaggio.

A mio avviso, il comportamento che meglio testimonia un’elevata qualità della vita è la capacità di riprodursi con facilità e naturalmente, ossia senza ricorrere all’uso sistematico di ormoni. In allevamento, se non è necessario impiegare la TAI sistematica, ma solo quella terapeutica per correggere l’infertilità di singoli soggetti, significa che genetica, nutrizione, sanità, ambiente e gestione sono adeguati agli animali allevati.

Ruminantia si è più volte occupata di questo tema, in particolare con due articoli intitolati “Decidere di riprodursi – prima parte e seconda parte”.

La riproduzione è l’evento più importante e delicato per le leggi della natura. Affinché una femmina possa farlo efficacemente, essa deve valutare l’ambiente e il proprio stato metabolico su breve, medio e lungo periodo, ponendosi una serie di quesiti: ha risorse alimentari sufficienti? Il contesto sociale è favorevole e sicuro? Durante la fase avanzata della gravidanza, avrà nutrienti adeguati? La stagione in cui nascerà e crescerà il vitello consentirà un’alimentazione adeguata per produrre latte di qualità?

Pur essendo un’allegoria, a livello metabolico avviene proprio così: la specie tutela la sopravvivenza delle femmine, e gravidanza e parto sono momenti delicati, nei quali aumenta il rischio sanitario e la vulnerabilità.

Per valutare un allevamento di bovine, e più in generale di ruminanti da latte, ai fini zootecnici e certificativi, si considerano indicatori come l’attività riproduttiva, l’incidenza di patologie trasmissibili e non, l’assunzione di cibo e la possibilità per tutti gli animali di avere superfici di riposo adeguate e un posto in mangiatoia. Uniti a un basso tasso di rimonta e a una buona longevità, questi fattori forniscono le informazioni principali per comprendere se gli animali vivono una vita di qualità.

Infine, è necessario capire se le filiere del latte e della carne percepiscono la necessità di intraprendere azioni forti, rapide e concrete per rassicurare l’opinione pubblica sulla qualità della vita degli animali. Se non lo ritengono necessario, è meglio non intervenire, perché migliorare il benessere animale resta comunque un interesse primario degli allevatori, sempre che se lo possano permettere.

Il fatto è che i punti di vista evolvono: in passato si educavano i bambini con metodi per noi inaccettabili, Maria Montessori ha poi rivoluzionato le certezze educative, proponendo un nuovo paradigma oggi ampiamente accettato. Allo stesso modo, anche il concetto di benessere animale e qualità della vita può e deve evolvere sulla base delle evidenze scientifiche e delle possibilità economiche.

About the Author: Alessandro Fantini

Dairy Production Medicine Specialist Fantini Professional Advice srl Email: dottalessandrofantini@gmail.com

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