
Lamentarsi che non siamo indipendenti nella produzione di energia e che dipendiamo da Paesi extraeuropei, ormai instabili e orientati verso la riduzione delle regole della democrazia, è diventato un mantra quotidiano.
Allo stesso tempo, siamo investiti da un’incessante colata di fango, anch’essa ormai quotidiana, che sostiene che allevare animali, in particolare le vacche, sia la causa principale del surriscaldamento del pianeta. A sentire queste voci, più dei 47,5 milioni di veicoli che circolano in Italia e più delle fabbriche che producono ogni ben di Dio di merci.
Un osservatore proveniente da un altro pianeta non potrebbe non pensare che tutte le autoreferenziali celebrazioni delle nostre eccellenze agroalimentari siano solo eventi di distrazione di massa, perché come si fa ad arginare la potente lobby dei colossi del cibo ultraprocessato? L’uomo, d’altronde, sa bene come creare i capri espiatori.
C’è sempre riuscito.
Ruminantia ha dedicato molte pagine a questo epico animale, come “L’auspicabile estinzione del capro espiatorio” e “Il capro espiatorio cresce e conquista nuovi spazi”. Secondo quanto riportato da ISPRA nel report annuale del 2025, in Italia nel 2023 l’agricoltura ha contribuito per l’8,4% alla produzione totale di gas serra, non considerando la decarbonizzazione che l’agricoltura realizza con le sue coltivazioni.
Nell’articolo “Allevamenti ed emissioni di gas serra: come stiamo andando? Ce lo dice il rapporto ISPRA 2025”, Ruminantia ha dettagliato queste informazioni riportando che dal 1990 al 2023 l’agricoltura ha ridotto del 16% il totale delle emissioni che le vengono attribuite. Inoltre, l’affinamento della genetica e delle tecniche di nutrizione e allevamento ha ridotto le emissioni di gas climalteranti per litro di latte e chilogrammo di carne.
Del totale delle emissioni agricole, il 20,3% è dovuto alla gestione delle deiezioni e il 44,7% alla produzione di metano enterico. Incentivando la diffusione di impianti di biogas, di dimensioni proporzionate alla quantità di liquami prodotti in allevamento e senza la necessità di aggiungere prodotti coltivati, si potrebbe ridurre significativamente questo 20,3%.
Inoltre, le stalle sono dotate di ampie superfici coperte in grado di accogliere sui loro tetti impianti fotovoltaici. Non disponendo di precise indicazioni in tal senso, è ragionevole pensare che molti allevamenti italiani siano già carbon neutral, con un bilancio energetico neutro o addirittura positivo, ossia producono più energia di quanto ne consumano e contribuiscono in maniera sostanziale alla riduzione dell’uso dei combustibili fossili per la produzione di energia.
Di esempi virtuosi ce ne sono diversi in Italia. Uno di questi ci è stato raccontato da Luca Zambelli in un reportage dal titolo: “Un modello virtuoso di agricoltura sostenibile: l’Azienda Agricola ‘La Casella’”.
Se prendiamo i dati della BDN, includendo tutti gli allevamenti a prescindere dal numero di capi allevati e senza distinguere tra intensivi ed estensivi, in Italia ce ne sono ad oggi 117.538 di bovini e bufali, 106.518 di pecore e capre, 9.300 di suini e 11.170 di avicoli, per un totale di 244.526 allevamenti.
Se si incaricasse qualcuno dei Ministeri e delle Regioni, in un tempo più che ragionevole si potrebbero mappare le superfici dei tetti di queste aziende, e stimare quanto liquame si potrebbe trasformare in biogas e quanto digestato potrebbe essere utilizzato per lettiere e concime ricco di azoto, fosforo e potassio.
Incentivare la produzione di energie rinnovabili non è un costo, ma un investimento, perché la produzione agricola di questa energia sostituirebbe quella da combustibili fossili, che in buona parte, se non completamente, vengono importati, e ridurrebbe la quantità di gas climalteranti derivanti dalla gestione delle deiezioni.
L’ osservatore proveniente da un altro pianeta potrebbe chiedersi: perché si è fatto così poco per trasformare tetti e liquami in una risorsa capace di ridurre le importazioni di gas e petroli dall’estero, le emissioni di gas serra e togliere un ampio argomento ai detrattori della produzione primaria?
È difficile dare una risposta, ma è nostro dovere, per rispetto dell’ambiente e del nostro ruolo di produttori di cibo importante per l’uomo, continuare a porci questa domanda e usarla come pungolo verso i politici.

















































































