
Di solito le evoluzioni sono lente, per quanto inesorabili. A volte alcune innovazioni vengono inizialmente snobbate, per poi imporsi in modo incontestabile.
Un’esperienza che molti di noi hanno vissuto riguarda gli smartphone. Pensiamo, ad esempio, al primo iPhone, lanciato sul mercato a giugno 2007. In quel momento, Nokia, leader mondiale, deteneva una quota di mercato del 49,4% e snobbò quell’innovazione. Nel 2013, dopo appena sei anni, la sua quota era scesa al 3%. A quel punto il CEO di Nokia dichiarò: “Non abbiamo fatto nulla di sbagliato, ma in qualche modo abbiamo perso”. In sostanza, non avevano compreso la traiettoria del mercato e la posizione dominante li aveva resi sazi e poco attenti ai cambiamenti.
Per quanto clamoroso, è solo un esempio per sottolineare che i mercati cambiano e, anche se il latte non è un prodotto tecnologico, anche chi lo produce è immerso nelle logiche di mercato.
L’evoluzione del mercato del latte negli ultimi tre mesi è sorprendente. Da materia prima introvabile, con quotazioni record, si è passati a grandi difficoltà nel trovare chi lo ritiri.
La storia non è conclusa.
Succede a volte che i mercati subiscano scossoni in grado di modificarne la traiettoria; chi vive di latte è chiamato a conoscere e comprenderne le dinamiche il più rapidamente possibile.
Succede che nell’agricoltura italiana sia in fase di attuazione il V° Bando di Filiera. Partito con le domande presentate a novembre 2022 con una dotazione di 1,2 miliardi di euro, ha visto aggiungersi, in due successivi stanziamenti, altri 4 miliardi di euro, portando così lo stanziamento globale a 5,2 miliardi di euro. Tale cifra corrisponde ai contributi a fondo perduto erogati a fronte di investimenti effettuati da aziende agricole o dall’agroindustria. Questi contributi generano investimenti per un valore di circa 13 miliardi di euro.
Questi investimenti, che si aggiungono ai vari PSR, Ismea, Agrisolare, ecc., dovranno essere completati entro circa quattro anni. Una parte cospicua di tali investimenti in agricoltura riguarda il settore lattiero-caseario.
Se in questi anni abbiamo avuto la sensazione che si stessero costruendo o ammodernando un buon numero di aziende di vacche da latte, abbiamo visto solo la punta dell’iceberg. La gran parte è ancora in corso.
Una tale quantità di risorse investite ha la capacità, come dicevo qualche riga sopra, di creare uno scossone così grande da far cambiare traiettoria al settore.
Questo non significa che chi resta fuori sia perduto, né che ci saranno guai per tutti a causa di eventuali incrementi di produzione. Significa invece che la spinta all’efficienza sarà veramente importante, dato che chi costruisce o ammoderna una stalla si dota di tutte le tecnologie disponibili in quel momento (stalle più confortevoli, robot, sensori, ventilazione e raffrescamento, spazi di benessere animale, abbeverata, ecc.).
Il punto, tuttavia, è il solito: non è automatico che ad efficienza tecnica (produzione, fertilità, accrescimenti, ecc.) corrisponda efficienza economica. Chi fa investimenti rilevanti per la propria azienda ha necessità come l’aria di ricercare efficienza economica. Se non altro perché le banche sono puntuali nel riscuotere la rata del mutuo il tal giorno del mese.
Lo sbocco all’export di prodotti lattiero-caseari diventerà ancora più importante, dato che il mercato interno è sostanzialmente saturo. Se l’evoluzione dell’export, come è possibile, non fosse in grado di assorbire le maggiori quantità di latte prodotto, si può prevedere che si possa acuire la competizione tra le aziende lattiero-casearie.
Resisteranno quelle con la maggior efficienza economica, cioè quelle che producono il latte a costi più competitivi.
Si ricasca ancora una volta nella solita questione: quanto mi costa, rispetto alle altre aziende, produrre un litro di latte? Se ne sono consapevole, ci posso lavorare. Se non lo so … auguri.
Auguri davvero, per il nuovo anno appena iniziato e per quelli che verranno.


















































































