
Torno sull’argomento dell’attività di produzione agricola svolta dalle aziende con vacche da latte. Un precedente articolo (Volatilità, conduzione e progetti) ha suscitato interesse e qualche discussione: ragioni per le quali vale la pena entrare maggiormente nel merito dell’argomento.
Si diceva che il Margine Operativo della metà delle aziende analizzate, nel 2025, è risultato negativo; mentre la quasi totalità di esse, considerati anche gli ammortamenti e gli affitti, hanno avuto una perdita nell’attività. Come dire che, se non ci fosse l’attività di stalla, sarebbe consigliabile chiudere.
Alcune aziende, pur con un’annata con il prezzo del latte come quella del 2025, con la stalla non sono riuscite a recuperare le perdite generata dalla campagna.
In pochi sembrano stupiti da questi risultati. Ci sarebbe già da riflettere: se non siamo sorpresi è segno che grosso modo ce lo aspettavamo. Ma se è così, perché continuiamo a fare le stesse cose? Ci piace perdere?
Dato che, in generale, le risposte semplici, pur di fronte a problemi complessi, sono quelle che camminano di più sulla bocca delle persone, nel nostro caso, si tende a saltare alla conclusione che le aziende spendono troppi soldi in trattori nuovi. Non per effettiva necessità, quanto per farsi vedere dal vicino, ovviamente. Salvo essere ripagati allo stesso modo dal vicino alla prossima stagione.
Che il problema dell’attrattiva del trattore grande e nuovo esista, nessuno può negarlo; che il trattore nuovo o i vari macchinari siano la causa di risultati così deludenti, è senz’altro un’esagerazione. Quando diciamo che la metà delle aziende ha margine operativo negativo, significa che questo dato non tiene conto, come detto sopra, né degli investimenti né degli affitti. Dunque, il trattore porta via, oltre alle sue responsabilità, anche le responsabilità del titolare della conduzione della campagna.
Avere margine operativo negativo, significa cioè che la produzione ed i premi Pac, cioè i ricavi, non coprono le spese per i mezzi tecnici che acquistiamo (sementi, diserbi, concimi, reti e teli, canoni di irrigazione) oltre a terzisti, gasolio, manodopera, ecc. Significa che le coltivazioni che abbiamo in campo, non rendono a sufficienza per coprire i costi delle colture stesse. A prescindere dai trattori o dai macchinari che abbiamo acquistato.
Salvo aziende ubicate in aree non vocate o quelle per le quali i disciplinari di produzione non lo permettono, la zootecnia da latte in Italia, è fortemente basata sulla presenza della coltivazione di mais. Si tratta di una coltivazione che necessita di una quantità elevata di input, sia in termini di lavorazioni, sia in termini di mezzi tecnici, sia in termini di necessità irrigua.
In un periodo in cui l’acqua è, e sempre più sarà, una risorsa limitata e preziosa. Ne sanno qualcosa le aziende che se la vedono togliere di punto in bianco perché i bacini andrebbero sotto il livello di salvaguardia. A quel punto, dopo aver sostenuto costi importanti, la prospettiva di non raccogliere produzioni adeguate dopo tanto lavoro e costi, lascia avviliti.
Si tratta di un esempio per dire che ritengo sia giunto il momento di rivisitare tutta l’impalcatura della gestione della nostra campagna a servizio delle produzioni zootecniche. Credo che i risultati economici siano solo l’ultimo indicatore di un argomento molto più complesso.
Purtroppo, ho gli anni per raccontare dell’inizio dei processi di trinciatura di mais, sorgo, cereali e quant’altro. In questi anni abbiamo aggiunto problemi, costi ed interventi: alla piralide agli elateridi ed alle nottue, si sono aggiunti i corvi e la diabrotica, poi i funghi che portano aflatossine, a seguire le nutrie. Dal prossimo anno ci aspetta la Popilia Japonica.
Mi pare che sia necessario ritrovare un equilibrio ed una sostenibilità nelle coltivazioni che mettiamo in campo. Gli schemi che abbiamo fin qui utilizzato che possono tradursi nell’abbinata loietto/cereale autunno vernino e poi mais di primo e di secondo raccolto; prati stabili per chi gli tocca ed una spruzzata di erba medica per gli appassionati o per chi produce latte da Parmigiano Reggiano, non reggono le condizioni odierne.
Se non siamo rassegnati ad ulteriori passi indietro della vera attività primaria che è la coltivazione, i tempi sono maturi per una nuova impostazione.
Alla prossima.


















































































