
Ho letto recentemente un articolo che parla dei piani di Wolkswagen di apportare profonde ristrutturazioni del proprio modello di impresa. Numeri eclatanti; un cambio epocale. Progettare e costruire automobili in Germania e in Europa per commercializzarle nel resto del mondo non rappresenta più un modello industriale sostenibile. Per continuare a competere e garantire la propria sopravvivenza, l’azienda ritiene necessario ripensare dalle fondamenta quel modello che ha contribuito a renderla un simbolo mondiale, insieme al Paese che l’ha vista nascere.
Come dire che le sterzate del mercato impongono cambiamenti a chiunque, sia che produca automobili, sia che produca latte.
Se guardiamo il grafico del prezzo del latte spot negli ultimi dieci mesi, c’è da restare sbalorditi. In dieci mesi abbiamo visto il prezzo più alto e quello più basso di sempre.
Non ho evidenza di altri settori che conoscano tali fluttuazioni, neanche il petrolio, che pure è influenzato da almeno un paio di guerre, lo stretto di Hormuz ed importanti fattori geopolitici.
Fino a tre mesi fa, la preoccupazione nelle aziende zootecniche si tagliava con il coltello. Lo shock e la grandissima incertezza hanno portato diverse aziende agricole a chiudere con la produzione di latte. Anche in modo precipitoso.
Nel volgere di tre mesi, il valore del latte spot è raddoppiato, pur se ancora lontano dai picchi precedenti. Così come non era immaginabile passare da 60 a 20 centesimi in pochi mesi, altrettanto non era immaginabile un nuovo importante cambio di scenario, in positivo. Siamo ancora lontani dall’area di prezzi di tranquillità generalizzata. I conti economici di molte aziende indicano che le attuali quotazioni non coprono i costi operativi e di capitale, necessari per produrre il latte che viene consegnato.
Il punto che vorrei qui approfondire è la necessità di sviluppare modalità di convivenza con una volatilità dei prezzi così importante.
Di questa situazione, possiamo pure lamentarci con l’Unione Europea (?), con gli industriali, con la finanza, con i comunisti (si fa per dire, ovviamente) o con chiunque capiti. Finita la lamentela, continuiamo ad essere nella nostra azienda, dovendo riprendere i ragionamenti interrotti dalle lamentele.
La volatilità del prezzo del latte è importante perché, verificati i costi di produzione, ne possiamo dedurre previsioni circa la nostra probabilità di chiudere, di sopravvivere o di prosperare.
Non possiamo pensare di preoccuparci del solo prezzo del latte (che peraltro non corrisponde alla totalità dei ricavi), non avendo consapevolezza dei nostri costi di produzione. A parità di prezzo del latte ci sono aziende che perdono molti soldi ed altre che ne guadagnano. Chiedere che il prezzo del latte copra tutto e tutti è francamente irricevibile.
Purtroppo, ancora oggi, la stragrande maggioranza delle aziende non conosce il proprio costo di produzione del litro di latte. Dunque non conosce se il proprio costo di produzione sia o meno competitivo. Tra le aziende che conoscono i propri costi di produzione, sono ancora meno quelle che hanno modo di confrontarsi con i dati economici dei propri colleghi, al fine di verificare la propria efficienza economica.
Potrei portare testimonianza di decine di aziende che, resesi consapevoli dei propri costi di produzione, spesso non ottimali, hanno intrapreso un processo di ottimizzazione che le ha portate a scalare la classifica, anonima peraltro, dell’efficienza economica.
Questo modello si basa sul principio del benchmarking: si individuano i dati dei migliori e si cerca di raggiungerli.
La disponibilità di una buona base di dati economici permette inoltre alle aziende di sviluppare previsioni di periodo e di verificare la sostenibilità di eventuali investimenti.
Tutti siamo consapevoli che un’azienda che guardi al proprio futuro, non può permettersi di non investire. Altrettanto tutti siamo consapevoli del rischio legato ad investimenti da sostenere in periodi di forte volatilità: cosa succede alla mia azienda se, ad investimento in atto o appena concluso, il prezzo del latte crolla?
Sono tutte domande fondamentali a cui, in assenza di dati economici derivanti da un minuzioso lavoro di contabilità, si risponde in modi opposti ed approssimativi. Da una parte chi va avanti imperterrito pensando che il comandante, ovvero sé stesso, non sbaglia mai; dall’altra chi, più timoroso, pensa a tutti gli errori propri o di altri di cui è a conoscenza e non prende nessuna iniziativa.
In nessuno dei due casi, tuttavia, si affronta il nodo vero della questione: i mercati ed il futuro si affrontano con i dati in mano. La loro assenza o l’affidarsi a propri conti estemporanei, non conduce ad un futuro interessante.

















































































