
Il 26 aprile dell’anno 1986 esplose il reattore quattro della centrale nucleare di Cernobyl, in Ucraina, spargendo intorno a sé e su buona parte dell’Europa, compresa l’Italia, una nube radioattiva ricca principalmente di cesio. Ricordo come fosse adesso lo sgomento e, per molti, il vero e proprio terrore nell’apprendere che una pioggia di radionuclidi stava contaminando l’aria, l’acqua e la terra, e quindi ciò che si respira, si beve e si mangia.
Notizie confuse e contraddittorie, diffuse attraverso televisioni e radio, seminavano ansia, perché ci si aspettava di osservare effetti nefasti sulla salute dell’uomo e degli animali. Quali fossero esattamente queste anomalie nessuno lo ha mai realmente saputo, ma il sospetto che il fallout radioattivo fosse responsabile di patologie e stranezze biologiche era diventato, nella percezione collettiva, una certezza diffusa.
Questo attendere con paura gli effetti delle particelle radioattive provenienti da Cernobyl pervase inevitabilmente molte filiere agricole e zootecniche, creando una sorta di evoluzione moderna del concetto di capro espiatorio, tema che abbiamo affrontato nell’articolo di Ruminantia Mese dal titolo “Il capro espiatorio cresce e conquista nuovi spazi”. Ovviamente ciò che sto rappresentando è un’allegoria: l’innalzamento della radioattività ambientale conseguente al fallout fu misurato oggettivamente, mentre la cerimonia ebraica del capro espiatorio era puramente rituale.
Negli anni successivi all’incidente di Cernobyl, il fallout venne spesso chiamato maldestramente in causa per spiegare eventi apparentemente inspiegabili che si verificavano negli allevamenti. Con il progressivo miglioramento delle conoscenze scientifiche e tecniche, molti si sarebbero aspettati una rapida scomparsa di pregiudizi e false credenze; in realtà, nelle attività agricole e zootecniche, questi atteggiamenti, seppur attenuati, non sono mai del tutto scomparsi.
I bias continuano a condizionare l’attività della produzione primaria, ma anche dell’industria e del terziario. Ne esistono molte tipologie. I bias cognitivi sono pregiudizi, distorsioni sistematiche o errori di valutazione che la mente umana compie spesso in modo involontario per semplificare l’elaborazione delle informazioni. Agiscono come “scorciatoie” mentali, utili per prendere decisioni rapide, ma che spesso conducono a percezioni soggettive non aderenti alla realtà, influenzando comportamenti, scelte economiche e giudizi sociali.
La recente e rapida diffusione dell’intelligenza artificiale generativa amplifica ulteriormente il problema, mostrando immagini e fatti sempre più difficili da distinguere dalla realtà e capaci di indurre a scelte pratiche profondamente sbagliate. La ricerca del colpevole, invece che della soluzione, e il tentativo di individuare all’esterno della propria persona o attività la causa dei problemi e delle inefficienze rappresentano una delle principali ragioni di una gestione lavorativa insoddisfacente.
La grande quantità di informazioni oggi disponibili e l’aumento del livello medio di scolarizzazione di allevatori, tecnici e consulenti dovrebbero costituire un antidoto naturale contro la falsa conoscenza e contro l’abitudine di attribuire sempre a fattori esterni la responsabilità di ciò che non funziona. Eppure, questo atteggiamento persiste. Nelle radici culturali occidentali, la menzogna era considerata disdicevole, al punto da essere condannata anche dalle religioni; oggi, invece, sembra essere diventata un modus operandi diffuso, soprattutto in ambito politico e istituzionale.
Si è anche pensato che la disponibilità di dati e la capacità di interpretarli correttamente rappresentassero il vero antidoto ai bias e alla ricerca del colpevole. Tuttavia, anche in questo ambito, le aspettative sono state in parte deluse. Le aziende producono ormai una montagna di informazioni, ma trasformarle in sintesi funzionali per prendere decisioni è spesso più difficile di quanto non fosse decidere sulla base dell’esperienza o dell’istinto.
Le nostre vite e le nostre attività lavorative necessitano di punti fermi, ed è quindi doveroso ricorrere a soluzioni razionali. Il primo antidoto al “è colpa di Cernobyl” è il metodo scientifico, che dalla pandemia in poi ha perso parte della sua autorevolezza. Ciò che viene sviluppato o testato attraverso il metodo scientifico ha una maggiore probabilità di produrre i risultati attesi rispetto a ciò che si basa esclusivamente sull’esperienza empirica o sull’intuizione.
Il secondo antidoto è la plausibilità: una spiegazione deve essere logica, coerente e comprensibile. Il terzo è quello “curriculare”, ossia la necessità che chi si propone come esperto dimostri, attraverso la propria storia professionale, di possedere competenze reali e autorevolezza. Empatia e capacità comunicative non bastano: senza un percorso verificabile, il rischio di bias resta elevato.
Oggi le conoscenze sono talmente ampie e specialistiche che non è sufficiente un titolo per essere considerati esperti; è necessaria la dimostrazione concreta del possesso di uno specifico know-how. Affidarsi al metodo scientifico, a esperti con curriculum chiaro e a scelte razionali è un percorso più lento e faticoso rispetto al lasciarsi guidare dall’empatia di un consulente o dal fascino di un prodotto privo di plausibilità. L’alternativa è procedere per tentativi, un approccio rischioso e spesso oneroso, che però consente di evitare l’impegno di un metodo razionale.
Quando poi i risultati non sono quelli promessi o attesi, diventa facile individuare il capro espiatorio di turno o, nel peggiore dei casi, continuare a dire — e magari a pensare — che è colpa di Cernobyl.















































































