
In un periodo difficile per l’umanità e segnato da grandi incertezze sul futuro, che influenzano profondamente il vivere quotidiano, è finalmente arrivata una bella notizia: il 10 dicembre 2025, il comitato intergovernativo dell’UNESCO, riunito a Nuova Delhi, ha conferito all’Italia un prestigioso riconoscimento: la Cucina Italiana è entrata nella lista del patrimonio culturale immateriale dell’umanità.
Ciò che rende questo traguardo particolarmente significativo è che il riconoscimento riguarda il rapporto con il cibo, sia nella sua preparazione che nel consumo, valorizzando un aspetto pratico e quotidiano della nostra cultura.
A lavorare fin dal 2020 per ottenere questo risultato sono stati Maddalena Fossati Dondero, direttrice della prestigiosa rivista di gastronomia La Cucina Italiana, l’Accademia Italiana della Cucina, la Fondazione Casa Artusi, il Spoon Group, e i professori Pierluigi Pietrillo e Massimo Montanari, che hanno curato il dossier “La cucina italiana, tra sostenibilità e diversità bioculturale”.
Di singole preparazioni gastronomiche riconosciute dall’UNESCO ce ne sono molte, ma premiare un rapporto con il cibo così antico e complesso è sicuramente una novità assoluta. È inoltre importante inserire la cucina italiana nel più ampio contesto dell’Italian Style, per evitare equivoci o confusioni nella comunicazione.
L’Italia è un complesso mosaico di radici culturali, a cui si aggiungono le tradizioni delle numerose etnie che storicamente affluiscono nel Paese. Ognuna porta con sé i propri piatti tipici, spesso molto diversi tra loro anche nel modo di consumarli. Ciò che accomuna tutti è il rapporto con il cibo, che per noi italiani va dal semplice strumento per placare la fame a un momento di profonda esperienza sensoriale e di grande convivialità: sia che si tratti di un’amatriciana, di un baccalà alla vicentina, o di un succoso piatto di salumi, Parmigiano e gnocco fritto.
Per completezza, è bene ricordare che il 16 novembre 2010 la Dieta Mediterranea è stata iscritta nella lista dei patrimoni immateriali culturali dell’umanità, grazie alla segnalazione di Italia, Spagna, Grecia, Marocco, e successivamente di Cipro, Croazia e Portogallo. Recentemente, l’ONU ha stabilito che il 16 novembre sia la Giornata Internazionale della Dieta Mediterranea.
Ruminantia ha dedicato numerosi articoli a questo argomento. Questo “stile di vita” non parla di cucina in senso stretto, ma indica come i cibi naturali debbano essere combinati nei pasti giornalieri e consumati per mantenere il migliore stato di salute e il benessere psichico e sociale.
Sia la Dieta Mediterranea sia la Cucina Italiana condividono il principio che gli ingredienti debbano avere caratteristiche precise, inclusa la loro provenienza. I prodotti a Indicazione Geografica (IG), Food e Wine, conferiscono all’Italia una posizione di rilievo internazionale.
La Cucina Italiana e la Dieta Mediterranea, che ci accomunano a molti Paesi affacciati sul Mare Nostrum, non possono prescindere da un coordinamento con la produzione primaria, ossia con agricoltura e allevamento. Per mettere completamente in sicurezza i tre asset IG, Dieta Mediterranea e Cucina Italiana, che già apportano un notevole ritorno economico diretto e indiretto, si potrebbe fare molto di più a vantaggio dell’economia italiana e del suo DNA fatto di piccole e medie imprese.
Bisognerebbe sensibilizzare filiere e cittadini sul fatto che utilizzare prodotti italiani e di stagione è la scelta strategica migliore. Non conviene basarsi sulla motivazione che il cibo italiano sia più buono o sicuro, né su ideologie del tipo “italiano è meglio a prescindere”, ma sulla ragione economica e strategica: il Made in Italy e l’Italian Style sono claim commerciali potenti che permettono ai prodotti, alimentari e non, di ottenere un posizionamento economico più vantaggioso.
A rovinare la festa e a farci precipitare nell’angoscia, che sembrava ormai appartenere a un passato incerto, è stata la secchiata di acqua gelida del declassamento del latte italiano alla più radicale delle commodity.
Tra il 1° settembre e il 1° dicembre di quest’anno, la Borsa Merci di Verona ha registrato un crollo delle quotazioni del latte alla stalla del 6,5%, pari a circa 4 centesimi al litro, con prezzi compresi tra 0,550 e 0,580 euro/litro.
Con certa e lodevole tempestività, il Tavolo del Latte, convocato dal MIPAF insieme agli stakeholder, ha raggiunto un accordo, dettagliatamente spiegato nell’articolo di Ruminantia dal titolo “Tavolo del Latte: raggiunta l’intesa sul prezzo per i primi tre mesi del 2026”.
In sostanza, si stabilisce un prezzo concordato di:
- 0,54 €/litro per gennaio 2026,
- 0,53 €/litro per febbraio 2026,
- 0,52 €/litro per marzo 2026.
Questo tentativo mira a contrastare la bramosia speculativa in atto, perché di questo si tratta, a meno che il sacrificio richiesto agli allevatori non sia condiviso dall’industria di trasformazione e dalla GDO, per recuperare vendite perse, molte delle quali derivano dal calo del potere d’acquisto delle famiglie. Su questo punto Ruminantia non condivide assolutamente la posizione, come argomentato nell’articolo “A noi che ci occupiamo di latte e carne è utile capire fino in fondo la dieta mediterranea” e da una copiosa letteratura scientifica nazionale e internazionale.
Se per l’industria di trasformazione, ai fini commerciali, latte italiano o straniero è equivalente, la discussione finisce qui. Diverso è il caso in cui sulle confezioni venga utilizzato il claim “latte italiano”, perché in tal caso vi sarebbero conseguenze legali.
La Dieta Mediterranea, basata su prodotti di stagione e alimenti del bacino mediterraneo, sta giorno dopo giorno conquistando il mondo, confermando l’importanza di valorizzare latte e ingredienti italiani.
Dopo il riconoscimento UNESCO della Cucina Italiana, il ritorno economico positivo dall’ho.re.ca e dai consumi delle famiglie appare evidente, a patto che vengano realizzate opportune campagne di comunicazione.
Secondo l’ultimo rapporto (giugno 2025) dell’Osservatorio Immagino GS1 Italy, i claim legati all’italianità dei prodotti alimentari continuano a rappresentare un elemento chiave nel food & beverage confezionato. Su 100.407 prodotti analizzati, 27.978 riportano in etichetta almeno un claim di italianità (come “100% italiano”, “prodotto in Italia”, la bandiera italiana o le indicazioni geografiche europee).
Questi prodotti hanno generato 11,648 miliardi di euro di vendite, pari al 28,4% dell’intero comparto food monitorato, con una crescita in valore del +1,2% e una contrazione in volume del -0,7% rispetto al 2023.
Capire la logica di medio periodo di questa ondata speculativa sul latte è oggettivamente difficile, almeno per ora. Questo inserisce una pesante ombra sull’auspicabile business derivante dalla Dieta Mediterranea e dalla Cucina Italiana, soprattutto considerando che, dai numerosi studi disponibili, non molti italiani adottano con continuità e rigore questi comportamenti alimentari.
Ci auguriamo che il giornalismo d’inchiesta sia clemente nell’avviare un approfondimento sulla provenienza del latte.
Il sogno che voglio condividere è che, nelle pochissime CCIAA che riportano le quotazioni del prezzo del latte alla stalla e del latte spot, venga finalmente riportata la quotazione del latte italiano alla stalla. Visionari, scaltri e lungimiranti industriali del latte sono pochi, e molti ritengono che il sistema attuale delle montagne russe del prezzo sia meglio lasciarlo nel passato.
Il CEO di una importante industria del latte italiano ha pubblicamente dichiarato che, anche ai fini del suo profitto e per evitare ulteriori chiusure di allevamenti, il prezzo del latte alla stalla dovrebbe essere stabilito una volta all’anno, a seguito di una trattativa tra organizzazioni di allevatori, consapevoli del loro break-even, e industrial capaci nel loro lavoro.
Insomma, il sogno che voglio condividere è che, alla fine, prevalga il buon senso.


















































































