16 Febbraio 2026

Per oltre due decadi, l’acidosi ruminale subacuta (SARA) è stata descritta e gestita prevalentemente come una condizione legata alla diminuzione del pH ruminale, tipicamente al di sotto della soglia di 5,8 per 5 ore o di 5,6 per tre ore al giorno.

Questo approccio, sebbene utile in una fase iniziale di inquadramento del problema, risulta oggi chiaramente insufficiente alla luce delle più recenti evidenze scientifiche. Il lavoro del gruppo di Gregory B. Penner ha contribuito in modo determinante a ridefinire il paradigma interpretativo dell’acidosi ruminale, spostando l’attenzione dal semplice valore di pH alla funzionalità complessiva dell’ecosistema ruminale, alle ripercussioni della SARA sul tratto intestinale, soprattutto in relazione ai processi infiammatori a suo carico.

In questo contesto, il termine “subacuta” appare, almeno in parte, concettualmente impreciso. La condizione osservata in campo è infatti spesso priva di segni clinici evidenti, ma associata a profonde alterazioni fisiologiche, immunologiche e metaboliche.

Per tale motivo, diversi autori propongono di adottare il termine più corretto di acidosi ruminale subclinica (SCRA), sottolineando come la patologia si sviluppi in modo silente, ma con conseguenze rilevanti sulla salute e sull’efficienza produttiva della bovina da latte.

Il pH ruminale rimane un indicatore utile, ma la sua capacità predittiva nei confronti degli outcome produttivi e sanitari è limitata se considerata isolatamente. Studi basati su sistemi di monitoraggio continuo hanno evidenziato come parametri dinamici quali la durata, la frequenza e la distribuzione circadiana delle fasi di pH basso diano interpretazioni più precise rispetto al valore medio giornaliero.

Inoltre, bovine esposte a profili di pH apparentemente simili possono mostrare risposte fisiologiche profondamente differenti, suggerendo l’esistenza di una marcata variabilità individuale nella resilienza alle circostanze acidogene.

Uno degli elementi chiave di questa capacità adattativa risiede nella funzione dell’epitelio ruminale. L’epitelio non rappresenta una semplice barriera passiva, ma un tessuto metabolicamente attivo, centrale nella regolazione del pH attraverso l’assorbimento degli acidi grassi volatili (SCFA) e il trasporto di bicarbonato.

Le evidenze sperimentali mostrano chiaramente come l’acidificazione del lume ruminale, soprattutto quando associata a un’elevata osmolarità, comprometta l’integrità delle tight junctions delle cellule dell’epitelio, aumentando la permeabilità paracellulare.

pH bassi aumentano la permeabilità all’istamina

Questa perdita di funzione barriera favorisce la traslocazione di molecole immunogene, in particolare i lipopolisaccaridi (LPS) di membrana di origine batterica, dal rumine verso la circolazione sistemica. Ne deriva una risposta infiammatoria di basso grado, spesso non clinicamente evidente, ma metabolicamente onerosa. Studi in vitro e in vivo dimostrano un aumento dell’espressione di citochine pro-infiammatorie quali TNF-α e IL‑1β.

È fondamentale sottolineare come questa cascata infiammatoria non sia esclusivamente funzione del pH, ma del bilancio tra produzione e rimozione degli acidi. In condizioni fisiologiche, oltre il 50% degli SCFA prodotti quotidianamente viene assorbito attraverso l’epitelio ruminale, grazie al ruolo cruciale del buffering del contenuto ruminale. Qualsiasi fattore che riduca la capacità assorbente dell’epitelio, anche transitoriamente, espone l’animale a un rischio elevato di accumulo di acidi e quindi di acidosi subclinica.

In questo senso, il legame tra ingestione e ScRA merita una rivalutazione critica. Contrariamente alla percezione comune, la ScRA non è necessariamente associata a un’elevata ingestione o a razioni eccessivamente acidogene. Eventi transitori di riduzione dell’ingestione, tipici del post‑partum, dello stress termico o di stati patologici intercorrenti, possono determinare una rapida riduzione della superficie assorbente delle papille ruminali.

Studi sperimentali hanno dimostrato che restrizioni dell’ingestione del 50–75% per pochi giorni sono sufficienti a ridurre fino al 60% la superficie epiteliale disponibile per l’assorbimento degli SCFA.

Questo concetto introduce una distinzione fondamentale tra acidosi primaria e acidosi secondaria. La prima è legata a un eccesso di carboidrati rapidamente fermentescibili e a un’insufficiente fibra fisicamente efficace; la seconda si manifesta in presenza di razioni formalmente corrette, ma in condizioni di ridotta capacità funzionale del rumine. In molti casi di campo, soprattutto in transizione, l’acidosi subclinica osservata rientra chiaramente in questa seconda categoria.

Un ulteriore avanzamento concettuale riguarda l’estensione degli effetti dell’acidosi oltre il rumine. Le evidenze disponibili indicano che le alterazioni del pH e l’aumento della concentrazione di LPS interessano anche il cieco e il colon prossimale, suggerendo una disfunzione estesa del tratto gastrointestinale.

Questa condizione contribuisce a una risposta infiammatoria sistemica che comporta un aumento dell’utilizzo di glucosio, una maggiore captazione epatica di amminoacidi per la sintesi delle proteine della fase acuta e, in ultima analisi, una riduzione dell’efficienza produttiva.

In questo quadro, appare evidente come la gestione della SCRA non possa limitarsi al controllo dell’amido o all’impiego di tamponi. È necessario adottare una visione integrata che consideri la stabilità dell’ingestione giornaliera, il supporto allo sviluppo e al mantenimento dell’epitelio ruminale, la prevenzione degli eventi off‑feed e la tutela della salute intestinale nel suo complesso.

Interventi nutrizionali apparentemente semplici, come la disponibilità di foraggio a volontà nel post‑partum, hanno dimostrato di ridurre significativamente i marcatori ematici di infiammazione, rafforzando il legame tra ingestione, funzione ruminale e stato immunitario.

In conclusione, SCRA non può più essere interpretata come una semplice conseguenza di un pH ruminale basso. Si tratta di una sindrome multifattoriale che coinvolge fermentazione, assorbimento, integrità epiteliale e risposta infiammatoria.

Il contributo di Penner e collaboratori ha permesso di superare una visione riduttiva del problema, aprendo la strada a un approccio più dinamico e integrato. Per il nutrizionista moderno, la sfida non è più soltanto formulare razioni “sicure”, ma garantire che il rumine sia anche funzionalmente in grado di gestire carichi fermentativi sempre più rilevanti nell’unità di tempo.

Si ringrazia il dr. Andrea Bellingeri per la collaborazione alla stesura dell’articolo.

About the Author: Enrico Dubini

Agronomo libero professionista. Email: enricoc.dubini@gmail.com

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