
Qualche giorno fa, in un’azienda, si discuteva del peso sempre maggiore della burocrazia, dei documenti necessari per ogni pratica grande o piccola, di quanto questo sistema fosse oneroso per l’azienda e di come distogliesse le risorse umane aziendali dal lavoro vero e proprio. Il tutto senza che ci fosse una premialità in termini di prezzo dei prodotti ceduti per questi oneri aggiuntivi.
La mia opinione, che esplicito ora per iscritto, non blandisce le aziende agricole. Quello è il mestiere di chi vuole ingraziarsi i favori di chi gli sta di fronte perché, spesso, ha qualcosa da vendergli.
Intanto, devo indicare che mi riferisco alla situazione di allevamenti di pianura di vacche da latte. Poi, che siamo in Italia, non in Francia. La nostra cultura ed il nostro modo di vivere, piaccia o meno, non brilla per assunzione di responsabilità individuali. Dunque, ai vari livelli, i documenti spesso hanno il valore di rendere possibile lo scarico delle responsabilità.
D’altra parte, siamo inseriti in un sistema in cui il consumatore ha diritto di essere tutelato. È inimmaginabile pensare che, per esempio, si possa mandare al macello una vacca senza documenti come si faceva anni fa; ovvero che non vi sia traccia dell’acquisto e dell’uso di farmaci.
Di fondo, tuttavia, non mi convince l’abitudine di tratteggiare l’azienda agricola come un soggetto debole, senza tutele, oberato di lavoro e di carte. Una sorta di martire di cui altri approfittano per aggiungere ad ogni tornata un nuovo fardello.
Ho ben presente gli adempimenti e le attenzioni che è necessario avere. Lungi da me difendere gli estremi cui si giunge.
Le imprese agricole devono tuttavia rendersi conto di ciò che sono: costituiscono delle PMI (piccole-medie imprese) così come lo sono molte attività manifatturiere per le quali l’Italia è famosa nel mondo. Un’azienda con 200 vacche in latte ha ricavi che ballano tra 1,5 e 2 milioni di euro. Una realtà del genere non può pensare di non avere un’amministrazione adeguata alla propria rilevanza economica.
I margini economici, non giriamoci attorno, non sono da ultimi della classe. Tra tutti gli imprenditori, non siamo quelli messi peggio.
Guardo alla situazione odierna e non mi nascondo le incognite del futuro. Pur tenendo conto di tutte le condizioni di variabilità, se un’azienda di vacche da latte ha oggi pochi margini o margini negativi, non può prendersela con il mercato o con la burocrazia. Non giriamoci attorno e smettiamo di raccontare la favola di un settore vessato ed ai limiti della sopravvivenza. Non giova a nessuno pensarsi in una condizione diversa da quella reale.
Descriviamo invece i problemi veri: come essere adeguati al mondo che evolve, come sfruttare le opportunità che abbiamo a disposizione, come uscire da una situazione critica, come far fare un salto alla propria azienda.
Di fondo, come è possibile cambiare i connotati alla propria azienda?
Credo che, talvolta, neppure noi siamo consapevoli di ciò che siamo e di ciò che la nostra azienda rappresenta. Mi pare che uno dei rischi maggiori che un’impresa agricola da latte possa correre è quello di fare dei ragionamenti e dei progetti di piccolo cabotaggio, che nascono già piccoli senza avere la possibilità di modificare davvero la realtà della propria impresa.
I latini dicevano, “ad majora semper”, verso cose più grandi, sempre!


















































































