
Il “sembra” è doveroso per iniziare un articolo così perché in Italia, al di là dei pochi, ma ritenuti sufficienti, dati fenotipici raccolti per la selezione genetica, e in parte elaborati on demand per essere diffusi, sono poche le informazioni aggregate su vasta scala che trapelano dagli allevamenti italiani.
Questa situazione ci mette a disposizione pochi strumenti per capire cosa succede realmente nelle aziende e se esistono correlazioni tra determinate scelte manageriali e performance, condannando così gli allevatori a fare “esperimenti” a loro rischio e pericolo o ad affidarsi a un salvifico passaparola.
Lodevole, anche se non più aggiornato, il meticoloso lavoro svolto dallo US Department of Agriculture (USDA) da parte dell’Animal Plant Health Inspection Service (APHIS) del National Animal Health Monitoring System (NAHMS), che nell’ultimo report sulla bovina da latte monitora cosa succede nell’80,3% degli allevamenti e nell’81,3% dei bovini da latte allevati negli USA. Questi report open access, ormai datati, permettevano anche a noi italiani di confrontare le nostre scelte manageriali, sanitarie, ambientali e nutrizionali con quelle fatte dai colleghi statunitensi.
Il nostro Paese negli anni ha scelto di vivere giorno per giorno e ha pensato che per supportare il duro lavoro degli allevatori bastasse principalmente agire attraverso elargizioni monetarie e non attraverso i servizi. Oppure potrebbe avere ritenuto che, a rendere sempre più efficiente, remunerativa e stabile la produzione primaria di latte e carne, ci avrebbe pensato il mercato e le imprese che vendono beni strumentali.
L’industria, attraverso i suoi dipartimenti di ricerca e sviluppo, in stretta collaborazione con la ricerca scientifica nazionale e internazionale, e le sue strutture tecniche e commerciali, ha accompagnato in maniera molto efficiente gli allevatori, almeno fino ad oggi, come all’epoca fecero anche i piani regionali ATZ o SATA e tuttora quelli sopravvissuti.
Sono mancate iniziative dello Stato di raccolta ed elaborazione dei dati produttivi, riproduttivi, sanitari ed economici collettivi che sarebbero serviti da bussola e da sprone per gli allevatori a fare sempre meglio, e non mi dite che non ci sono state le risorse economiche per farlo.
Il PNRR ha destinato all’Italia ben 194,4 miliardi di euro, 122,6 in prestito e 71,8 a fondo perduto, ma di iniziative come un osservatorio epidemiologico nazionale per le malattie non trasmissibili (Population medicine), la rilevazione sistematica, dettagliata e non scolastica dei costi di produzione del latte e della carne, lo sviluppo di AI Data Analytics, Machine Learning e Data Mining, e tanto altro, neppure l’ombra.
Mi permetto di ricordare che il PNRR ha la finalità di utilizzare le risorse europee del Next Generation EU per rendere l’economia e la società italiana più moderne, produttive, sostenibili e resilienti.
Qualche lettore potrà obiettare che le industrie private lo stanno facendo, ed è vero, per rendere più competitiva la loro offerta, ma questo è assolutamente normale e per fortuna che almeno loro si danno da fare.
Quello che sarebbe servito è un’iniziativa dello Stato, quindi centrale, che si sarebbe dovuto far carico di raccogliere la montagna dei dati registrati negli allevamenti da piattaforme pubbliche e private differenti ed elaborarli per aiutare gli allevatori ad individuare le criticità e supportarli nelle migliori scelte da fare, anche nell’ambito degli investimenti.
Chi frequenta gli allevamenti di bovine da latte sa bene che spesso nelle aziende si trovano anche tre software di gestione, software delle mungitrici, moltissimi sensori indossabili e collettivi, innumerevoli app che spesso però non dialogano tra di loro e non forniscono “dati grezzi” per elaborazioni di statistiche di popolazione.
Per meglio spiegarmi.
Chi può rispondere in maniera argomentata se, ad esempio, sia meglio riempire le cuccette con il green bedding oppure montare materassini? Con quali argomenti possiamo rispondere alla domanda di un allevatore che segnala che ha avuto negli ultimi tre mesi ritenzione di placenta nell’8,9% delle bovine che hanno partorito?
Quale istituzione dello Stato è preposta per rispondere al quesito su quale deve essere il valore corretto, in Italia, dell’urea del latte di massa di un ruminante da latte partendo non dalla bibliografia ma dalla serie storica dei dati analitici del latte che normalmente vengono eseguiti per gli autocontrolli? Queste sono ovviamente delle semplificazioni ma le domande a cui rispondere sarebbero infinite e spiegano a chi non frequenta gli allevamenti, cosa serve oggi realmente alle aziende zootecniche italiane oltre ai ristori economici.
Con piani regionali pubblici di assistenza tecnica e come ditte altro non si è potuto fare che erogare consigli e razioni senza però avere contezza di una interpretazione dei dati sia del singolo allevamento che di tutta la popolazione bovina italiana suddivisa in zone omogenee. Pochissime sono le regioni italiane virtuose che ancora finanziano le ARA per i piani di assistenza e/o consulenza agli allevatori.
Il meccanismo “stop and go” che moltissime Regioni italiane hanno adottato per decidere, di volta in volta, se finanziare o meno le ARA sa onestamente di “paese del terzo mondo”. Se, dunque, non era una questione di soldi, viene da chiedersi se alla base di queste scelte ci siano state motivazioni politiche. Del resto, visto che ormai l’andazzo della politica sembra essere quello di vivere in una sorta di “campagna elettorale permanente”, forse, nel breve periodo, paga di più alimentare il caos che affrontare e risolvere i problemi, tanto quelli immediati quanto quelli di medio e lungo periodo.
Per fortuna, e per bravura degli allevatori e dei tecnici che li supportano, gli allevamenti rispetto al passato vanno decisamente meglio, almeno finché non si analizzano i dati nel confronto con una popolazione più ampia sia regionale che nazionale.
Fino a pochi anni fa le stalle erano piene di problemi e la cosiddetta assistenza tecnica serviva a scovarli e proporre delle soluzioni a volte efficaci e a volte no. Oggi gli allevamenti vanno meglio perché la “dottrina”, ossia le buone pratiche zootecniche, sono ben conosciute dagli allevatori e la logica della ricerca del capro espiatorio a cui affibbiare la colpa quando compare un problema è stata sostituita dalla più razionale e meno dispendiosa ricerca delle soluzioni.
Questo ovviamente non avviene in tutte le aziende ma in quelle che stanno sopravvivendo alla logica che le produzioni animali sono solo delle commodity, e questa è stata ed è un’altra mancanza dello Stato che ha deciso di non fare nulla in tal senso.
Un problema che è altrettanto serio è quello dell’apparente o reale rallentamento della ricerca scientifica statunitense che storicamente è stata il propulsore per lo sviluppo tecnologico di tutto il mondo, comprese le scienze animali.
L’Europa, e noi italiani in particolare, abbiamo ritenuto per decenni che la scienza statunitense fosse un faro, ma la sua luce sta diventando molto fioca, soprattutto per l’accecante luminosità di Cina, Brasile, Indonesia, Corea del sud, Australia e, pensate un pò, Italia.
Secondo gli studi bibliometrici di Scopus/web of science chi ha rallentato, o meglio non è cresciuta al ritmo cinese, sono gli USA, la Francia, la Germania, il Regno Uniti, il Canada e il Giappone. Gli USA sono negli ultimi anni irriconoscibili, e ci hanno reso orfani di tanti punti di riferimento sia morali che scientifici. Nello sfogliare gli indici dei refereed journal di animal science and veterinary la riduzione degli autori statunitensi e l’aumento di quelli di altre nazioni è più che evidente.
Ci siamo accorti che articoli scientifici di ricerca di base sono drasticamente diminuiti a vantaggio di invited review, scoping review, systematic review, metanalisi e test di prodotti. Nella categoria “Animal Science & Zoology”, la crescita annua degli ultimi 5 anni delle pubblicazioni scientifiche è dell’11,68% in Cina mentre quella degli USA è di un misero 0.08%.
Nonostante le difficoltà oggettive di fare ricerca scientifica in Italia per la fuga dei “cervelli”, la cultura scientifica e quella umanistica sono il vero ed unico motore dello sviluppo, e la quota mondiale di ricerche pubblicate in questo ambito disciplinare è stata nel 2023 del 4.5% rispetto al totale mondiale, con una crescita annua negli ultimi 5 anni dell’ 8.39%.
La Cina, inoltre, ha nel 2023 conquistato il 27.69% del Top 10% delle pubblicazioni più citate, contro 14.94% degli USA e il sorprendente (non per gli addetti ai lavori) 6.73% dell’Italia che gli fa occupare di diritto il terzo gradino del podio mondiale.
Quindi la Cina sta crescendo sia come numero di articoli pubblicati dalle riviste peer reviewed sia nell’indice di citazione internazionale. Forse quello che manca, oltre allo speriamo temporaneo rallentamento degli USA, non è tanto la ricerca applicata che riempie tante riviste scientifiche indicizzate ma quella di base.
In un recente editoriale di Ruminantia dal titolo “Lo dice la scienza, ma chi lo assicura?” il prof. Giovanni Ballarini ha lanciato un allarme sul crescente fenomeno degli articoli scientifici discutibili per qualità scientifica e che possono aggravare la non più limpida reputazione di cui gode il metodo scientifico.
I genetisti hanno fatto un ottimo lavoro specialmente nelle specie bovina e nei piccoli ruminanti. Serve almeno in Italia un accelerazione per la bufala e le tante razze autoctone che il nostro Paese possiede, e che potrebbero arricchire il già ricco paniere del Made in Italy soprattutto in un’ottica di esportazioni.
Quelli che sono rimasti negli allevamenti non sono gli errori gestionali, selettivi e nutrizionali macroscopici che hanno creato tante opportunità commerciali ma poco progresso, ma quelli “sub clinici” rilevabili solo da una raffinata analisi dei dati e dal benchmark, ossia il confronto con razze e aziende simili.
Se l’Italia non recupera il tempo perduto nello sviluppo di IA e algoritmi che siano in grado di elaborare dati del singolo allevamento provenienti da forme diverse e restituirli a pool di esperti conoscitori della statistica e delle popolazioni, rischiamo di far allargare la crepa già esistente nelle fondamenta del nostro Made in Italy e del nostro Italian Style.

















































































