In alcune nazioni del mondo vige la democrazia che per lo più è rappresentativa, ossia strutturata sul fatto che il popolo elegge i partiti e i politici che lo rappresenteranno nel governo dello Stato. L’attuale ordinamento democratico ha una lunga storia, iniziata ad Atene nel 508 A.C. in forma di democrazia diretta, ossia da gente che prendeva decisioni autonome e dirette sul funzionamento dello Stato. Questa modalità di gestione della cosa pubblica si è evoluta con la modalità rappresentativa, e così si è diffusa. Con questo tipo di ordinamento, il cittadino può esprimere la propria opinione su argomenti di comune interesse attraverso le elezioni politiche e amministrative, i referendum e i sondaggi.

I partiti politici non hanno più una vera e propria ideologia a cui ispirarsi per prendere le decisioni tattiche e strategiche, e la gente tende a votare la lista con a capo gli eleggibili più convincenti, ossia che presentano un programma elettorale maggiormente confacente ai loro interessi sia privati che collettivi. La classe politica, sia durante la campagna elettorale che dopo le elezioni, ha la necessità di tenere costantemente monitorato il “sentire collettivo”, in modo da regolarsi di conseguenza. Le democrazie rappresentative sono pertanto lente nel prendere decisioni, soprattutto quelle che inevitabilmente si scontrano con gli interessi di parte dell’elettorato, ma sono l’unico antidoto nei confronti delle dittature monarchiche o oligarchiche apparentemente efficienti ma che escludono i cittadini da ogni ruolo attivo e che si “reggono” sulla costante e progressiva eliminazione di libertà fondamentali come la libertà di stampa, l’accesso alla Rete, le elezioni e la possibilità di manifestare un dissenso.

Forse la natura umana non ha dimenticato le sue origini tribali e il culto del capo branco che risolve ogni problema, ma la storia e la cultura hanno saggiamente consigliato che la libertà non ha prezzo, e se le nazioni occidentali hanno raggiunto l’attuale sicurezza dei cittadini e il benessere sociale lo devono proprio all’ordinamento giuridico tipico delle democrazie rappresentative. Appartiene forse anche alla natura umana che la gestione della cosa pubblica da parte del capo tribù di turno degeneri facilmente nel delirio d’onnipotenza e nell’aggressività verso l’opposizione, e la storia, anche recente, ne è piena di esempi. Come detto in precedenza, nelle democrazie rappresentative il potere di governare appartiene a chi vince le elezioni, e tale mandato è ad esempio in Italia di durata limitata a 5 anni. L’incarico conferito dal parlamento al Presidente della Repubblica italiana è anch’esso temporaneo e di durata settennale.

In questo contesto, è importante che i politici, sia di governo che di opposizione, possano monitorare costantemente le opinioni del popolo. Per farlo, hanno a disposizione i sondaggi e anche i risultati delle elezioni amministrative regionali e comunali. Attraverso la retorica utilizzata nei comizi, nei talk show televisivi e nei social network, i partiti, sia di governo e di opposizione, cercano sempre e comunque di manipolare a loro favore l’opinione pubblica utilizzando mezzi leciti e palesi ma anche subdoli e raffinati. Abbiamo sentito spesso avanzare sospetti che i social network siano in grado di manipolare l’opinione pubblica e i risultati delle elezioni, anche di nazioni diverse, utilizzando le opportunità offerte dalle fake news, dalla manipolazione dell’informazione e dagli algoritmi di queste piattaforme.

Prima delle elezioni negli USA di Donald Trump, della pandemia di Covid-19 e della guerra in Ucraina pensavamo che l’occidente fosse immune dalla disinformazione, dalla “propaganda” e dalla manipolazione delle informazioni. Mi sto personalmente accorgendo che anche i numerosi sondaggi che si svolgono in Italia con la finalità di misurare il gradimento popolare di un politico, di un partito, di una possibile decisione legislativa o semplicemente di un cambiamento dei costumi sociali possono essere soggetti a manipolazione anche se realizzati da enti pubblici come Istat, Censis e Eurispes o società private dotate di grande reputazione. In un momento così complesso come questo, dove l’umanità è spesso smarrita nel prendere decisioni complesse, è di fondamentale importanza disporre d’informazioni di qualità, anche perché la voglia di uomo forte e autorevole, ossia di un capo branco, è solo sopita nell’umanità. Per condividere con voi lettori questa mia preoccupazione nel pensare che la libertà sia un bene a cui una parte sempre più crescente della popolazione non desidera più anelare, voglio portare l’esempio di due recenti episodi.

Tutti quelli che come noi vivono e lavorano nelle filiere del latte e della carne, sono da anni molto preoccupati per le statistiche che dimostrano una sempre più crescente disaffezione, se non ostilità, da parte dell’opinione pubblica verso l’allevare gli animali per cibarsene. Le associazioni animaliste proliferano, e sugli scaffali dei supermercati crescono i cibi vegani. Il 13 Aprile 2022, nel corso di una conferenza organizzata da Unaitalia (Unione Nazionale Filiere Agroalimentari Carni e Uova) e Assica (Associazione Industriale delle Carni e dei Salumi) dal titolo “Scenari e prospettive della filiera carne”, è stato presentato dal Censis, nella figura del suo direttore Massimiliano Valerii, un sondaggio sul consumo di carne da parte degli italiani. Nella seconda slide proiettata apprendiamo con soddisfazione che il 96.5% degli italiani mangia la carne, e che quindi solo il 3.5% degli intervistati ha un comportamento alimentare vegano e vegetariano. Leggendo i dati “in negativo” apprendiamo che il 54.1% non ne fa regolarmente utilizzo e che il 50.6% lo fa di tanto in tanto. Molte possono essere le conclusioni a cui giungere leggendo senza commenti queste informazioni, perché dietro ad espressioni come “regolarmente” e “di tanto in tanto” ci può essere di tutto e di più, compresi quelli che magari mangiano la carne una volta all’anno.

Più sibillina è l’interpretazione della sesta slide. Valerii nel commentarla ha enfatizzato il fatto che il 64.9% degli italiani dichiara di non lasciarsi condizionare dalle notizie negative che circolano sulla carne. Se avesse girata in negativo, come sicuramente avrebbe fatto un commentatore di un’associazione animalista, avrebbe sottolineato che il 35.1% degli intervistati pensa che le notizie negative possono condizionare la sua opinione sulla carne. Alla domanda “Si dovrebbe smettere di produrre carne e chiudere gli allevamenti perché così si salverà il pianeta dal riscaldamento globale?” è stato enfatizzato che il 61.3 % ha risposto di no. Un esponente dei movimenti animalisti avrebbe detto con soddisfazione che ben il 38.7% ha risposto che lo si dovrebbe fare.

Il secondo esempio da riportare prima delle conclusioni è relativo all’interpretazione dei dati contenuti nel 34° Rapporto Italia di Eurispes. L’indagine è suddivisa in vari capitoli, ma mi limiterò a portare solo degli esempi.

La prima affermazione di Eurispes recita testualmente: “Resta alto il consenso per il presidente della repubblica, per le forze dell’ordine, le forze armate e l’intelligence. Scuola e università sono un punto saldo per gli italiani. Volontariato e protezione civile continuano a riscuotere un diffuso apprezzamento. Più della metà degli italiani ha fiducia nella chiesa”.

A sostenere questa conclusione, i dati che riportano che il 55.6% degli italiani mantiene il consenso per il Presidente Mattarella, che il parlamento ha il 25.4% dei consensi dei cittadini, e i presidenti delle regioni il 38.2%. Il 55% esprime fiducia nei confronti dei Carabinieri, il 59,6% lo fa verso la Guardia di Finanza e il 60.3% apprezza il lavoro della Polizia di Stato. Il commento di Eurispes contiene affermazioni positive sul consenso, ma al contempo qualche detrattore dello Stato, nostalgico di dittature, direbbe che ben il 44.4% degli italiani non apprezza Mattarella, il 74.6% non ha fiducia del parlamento e il 44.5% non ha fiducia nei Carabinieri.

Conclusioni

Luigi Pirandello diede il totolo “Così è (se vi pare)” ad una sua commedia teatrale incentrata sulla difficile riconoscibilità del reale, a cui ognuno può dare l’interpretazione che desidera. In questi anni ho seguito con attenzione i sondaggi finalizzati a capire il pensiero del “popolo sovrano”. Da temi “alti” di etica ai più prosaici sondaggi per capire le propensioni d’acquisto verso varie tipologie di prodotti alimentari. Pur non essendo nè un sociologo nè uno statistico, mi ha sorpreso vedere come il modo di porre una domanda possa orientare le risposte fino al punto che l’affermazione “vale tutto e il contrario di tutto” ha ancora un suo profondo perché. Alcuni grandi imprenditori del passato erano spesso privi di particolari titoli di studio ma erano dotati di un profondo intuito nel percepire i gusti della gente, ed hanno così fatto immense fortune. Al contempo, politici animati da una profonda cultura di base e fede ceca nell’ideologia del proprio partito hanno fatto grande e civile, insieme agli imprenditori, questo paese. La cattiva formulazione dei sondaggi, e la debole cultura generale e specialistica possono far prendere ai politici e alla gente “lucciole per lanterne”. In questo modo si possono sottovalutare problemi gravi che stanno per emergere, o lanciare ingiustificati allarmi utili sono a chi pensa che sia più importante manipolare l’opinione pubblica che prendere le più sagge decisioni.