
I numeri servono a comprendersi e a evitare discussioni basate su slogan o convinzioni preconcette. Quante volte, in azienda, si perde tempo in confronti sterili proprio perché mancano dati oggettivi a supporto delle decisioni? Ognuno difende la propria visione dell’azienda e della realtà, e spesso prevale chi ha maggiore capacità di imporsi, non necessariamente chi ha ragione. In molti casi, però, non vince nessuno: ciascuno resta della propria opinione e i problemi continuano a non essere affrontati.
L’analisi numerica dei dati economici per ramo d’azienda consente invece di valutare ogni settore come se fosse un’attività autonoma. E i dati del benchmark 2025 di cui disponiamo sono decisamente impietosi. L’azienda media analizzata dispone di 119 ettari, mentre la più grande ne coltiva 380.
Su oltre 60 aziende di pianura, i cui database sono stati validati singolarmente, circa la metà presenta un Margine Operativo Lordo (MOL) negativo. I risultati economici, inoltre, appaiono indipendenti dalla dimensione aziendale. Se al MOL si aggiungono i costi del capitale, emerge che, salvo pochissime eccezioni, le attività colturali risultano in perdita, in alcuni casi anche in modo molto significativo.
Un MOL negativo significa che i costi operativi sostenuti per produrre, gasolio, sementi, fertilizzanti, manutenzioni, manodopera e altri mezzi tecnici, hanno superato i ricavi, pur considerando i premi PAC.
Va inoltre precisato che tra i costi operativi non rientrano gli ammortamenti degli investimenti, né affitti, beneficio fondiario, leasing e interessi passivi sui finanziamenti. Per semplificare il concetto, è come se un bar acquistasse il caffè necessario per una tazzina a 1 euro e lo vendesse al cliente a 80 centesimi. Provocatoriamente, si potrebbe affermare che molte di queste aziende avrebbero perso meno denaro se non avessero lavorato i campi e non avessero acceso i trattori.
Quando un’attività registra un MOL negativo, significa che c’è un problema strutturale importante che non può essere ignorato.
Del resto, le produzioni per ettaro di mais, fieni e cereali risultano sostanzialmente stazionarie da molti anni. Gli investimenti effettuati in macchinari e attrezzature hanno certamente migliorato la produttività del lavoro per addetto, ma non hanno determinato incrementi significativi delle rese produttive. Si parlava di produzioni di 600 quintali per ettaro di silomais vent’anni fa e, ancora oggi, i riferimenti sono sostanzialmente gli stessi. Anche il valore unitario delle produzioni, fatta eccezione per la particolare annata del 2022, è rimasto relativamente stabile nel tempo.
In compenso, i costi di produzione sono aumentati in maniera costante e significativa: manodopera, carburanti, mezzi tecnici, lavorazioni conto terzi, assicurazioni, gestione degli eventi climatici avversi, nuovi trattamenti e adempimenti.
Quando si verificano contemporaneamente tre condizioni, produttività ferma, valori di vendita stabili e costi in crescita, diventa estremamente difficile migliorare le performance economiche. Al contrario, è molto probabile che, proseguendo su questa strada, i risultati siano destinati a peggiorare ulteriormente.
Questo significa che, nelle aziende che stiamo analizzando, altri rami produttivi, in primo luogo l’allevamento bovino, sono costretti a compensare perdite delle attività agricole che tendono progressivamente ad aumentare.
E quindi?
Se continuiamo a fare le stesse cose, è difficile immaginare risultati diversi. La domanda da porsi è semplice: cosa stiamo realmente cambiando affinché i risultati migliorino?
E quindi, che fare?
Innanzitutto, vale la pena dedicare più tempo alla raccolta e all’analisi dei dati, per comprendere meglio la situazione e valutare possibili alternative gestionali.
Probabilmente è arrivato il momento di entrare in una fase nuova, resa possibile dalla disponibilità di strumenti che fino a pochi anni fa erano impensabili: dati satellitari, droni multispettrali, sistemi di distribuzione mirata dei prodotti basati su evidenze analitiche delle reali carenze presenti nei terreni e nelle colture.
In altre parole, forse è giunto il momento di cambiare prospettiva e approccio nella gestione delle campagne. Forse è arrivato il momento di investire maggiormente in competenze agronomiche qualificate, capaci di supportare le decisioni con dati, analisi e conoscenze tecniche.
Del resto, è lo stesso percorso che il settore zootecnico ha già intrapreso da tempo. Oggi chi penserebbe di gestire una stalla senza il supporto del veterinario, del nutrizionista o del podologo?
La stessa evoluzione culturale e professionale potrebbe rappresentare una delle chiavi per restituire sostenibilità economica anche alle attività di campagna.



















































































