
Mi è capitato di ascoltare la relazione di un glaciologo che presentava un libro che tratta della condizione del ghiacciaio dell’Adamello. Il ghiacciaio, il più grande d’Italia, si trova in alta Valcamonica ed alimenta il fiume Oglio (lago d’Iseo), il Sarca (lago di Garda) ed il Chiese (lago d’Idro). Si tratta di un bacino d’irrigazione che copre un bel pezzo di Pianura Padana.
Essendo un pianoro ad un’altezza di circa 3.000 metri slm, a causa del riscaldamento globale, pur non essendo finito, è dato per perso. È solo questione di tempo. Non esistono azioni locali che possano fermare lo scioglimento. Per un certo numero di anni, avremo più acqua data dallo scioglimento; poi, di colpo, più niente.
Questa faccenda pone questioni enormi per ogni ambito della nostra vita. Peraltro non v’è chi, in quest’estate 2026 non ne abbia assaggiato i morsi. Per l’agricoltura padana si pongono questioni di fondo di rilevanza epocale. Altre aree sono addirittura più “avanti” nel fronteggiare il problema della disponibilità di acqua.
La Pianura Padana è la più grande pianura irrigua d’Europa. Partendo dai ghiacciai alpini, grazie ai grandi invasi dei laghi ed alla fittissima rete di canali, rogge, derivazioni e colatori, l’acqua arriva al singolo appezzamento. Un’attività incredibile, modellata palmo a palmo durante i secoli.
Il presupposto che è iscritto in noi da tempo immemore è che l’acqua sia disponibile, in abbondanza. Se non l’avevamo in superficie, la cercavamo sotto terra. Così abbiamo sempre pensato e su questa certezza ci siamo sempre basati. Per quanto detto poco sopra, vale la pena riconsiderare questa certezza.
L’acqua non è una risorsa illimitata.
La nuova certezza è esattamente questa: l’acqua è disponibile in quantità limitata.
Basandoci su questa assunzione, è necessario muoversi per agire di conseguenza. Alcune azioni fanno parte delle decisioni individuali; altre competono alla collettività. Dove per collettività, in primis, possiamo pensare ai consorzi di bonifica; i successivi livelli, per quanto fondamentali, quali le decisioni di politica nazionale e internazionale, sono fuori dalla portata di noi agricoli.
Per le azioni a livello di singola azienda nel prossimo futuro dovremo riflettere sui piani di semina, sulle rotazioni colturali, sui sistemi di irrigazione, sui sistemi di lavorazione della terra.
Dovremo poi fare la nostra parte per contenere l’uso di combustibili fossili, così come la messa in opera di tutte quelle buone pratiche che spesso si definiscono con il concetto di buon padre di famiglia. Preferisco non elencarle perché tutti sappiamo gli ambiti di criticità.
Quella proposta, potrebbe sembrare una riflessione da ambientalista.
Posto che non ci sarebbe nulla di male, il punto è che si tratta di un argomento totalmente imprenditoriale: stiamo parlando di argomenti che hanno a che fare con il futuro della nostra attività, argomenti che toccano alla radice la nostra attività.
Non affrontarli significa decidere di andare a sbattere.
Più presto di quanto possiamo immaginare.

















































































