
Tanto è stato detto e molto è stato scritto sull’asciutta e sulla transizione delle bovine da latte, e numerosi sono oggi i protocolli operativi disponibili per gestire al meglio questo delicato periodo del ciclo produttivo. Nonostante ciò, l’incidenza delle malattie metaboliche, della sub-fertilità e delle mastiti, in particolare nelle forme subcliniche, rimane ancora troppo elevata e i progressi si rivelano lenti e discontinui.
Gli errori nella gestione di questa fase, apparentemente improduttiva, impediscono alle bovine di esprimere appieno il proprio potenziale genetico in termini produttivi e rappresentano una delle principali concause della riforma precoce.
Secondo il Profilo Genetico Allevamento Italia di ANAFIBJ (2024), nella Frisona italiana controllata, la differenza tra potenziale genetico e produzione effettiva di latte è stata di –1.910 kg. A determinare questo saldo negativo concorrono fattori legati all’ambiente, alla gestione, alla sanità e alla nutrizione, e sicuramente le imperfezioni nella gestione dell’asciutta e della transizione rivestono un ruolo importante, considerando che circa il 75% delle patologie che colpiscono le bovine da latte raggiunge il picco di prevalenza proprio in questa fase.
Patologie come la chetosi, anche nelle forme subcliniche, la distocia, la ritenzione di placenta, la sindrome ipocalcemica, la dislocazione dell’abomaso, la metrite puerperale, le zoppie e la mastite hanno un impatto significativo sulla produzione di latte nei primi 90 giorni di lattazione e sulla longevità funzionale delle bovine.
Questa interferenza negativa compromette anche la quantità totale di latte prodotta nell’intera lattazione, poiché esiste una correlazione inversa tra produzione al picco e persistenza. Molte delle patologie tipiche di questa fase sono inoltre altamente correlate tra loro, e proprio durante l’asciutta e il puerperio si concentrano i principali fattori di rischio.
Sono necessarie alcune premesse per comprendere perché, in un periodo di circa 80 giorni, apparentemente semplice da gestire, si generino così tanti problemi o si trascinino criticità non risolte. Se si eliminasse completamente il periodo d’asciutta, continuando a mungere le vacche fino al parto successivo, queste continuerebbero a produrre latte; tuttavia, in assenza di un adeguato fermo produttivo di almeno 45–60 giorni, la produzione nella lattazione seguente risulterebbe sensibilmente inferiore.
La ragione principale risiede nel fatto che il periodo d’asciutta ha una funzione sanitaria fondamentale. Durante questi ultimi mesi di gravidanza, il fegato ha il tempo di rimuovere i grassi accumulati con il dimagrimento d’inizio lattazione e di ricostituire le riserve di glucosio e amminoacidi, indispensabili nel puerperio. In questa fase, inoltre, maturano le ondate follicolari che porteranno all’ovulazione dei follicoli dominanti, dalla ripresa dell’attività ovarica post-parto fino alla nuova gravidanza, auspicabilmente entro i 110 giorni di lattazione. Questo significa che il follicolo dominante che ovulerà dalla fine del periodo volontario d’attesa in poi avrà fatto il suo lungo percorso di maturazione alla fine della lattazione precedente.
È solo durante l’asciutta che la mammella ha la possibilità di guarire dalle infezioni e di rigenerare il tessuto secernente danneggiato nella lattazione precedente, ponendo così le basi per una produzione più efficiente e sostenibile nella successiva.
Da questa descrizione si comprende facilmente perché, durante questo periodo, possano insorgere o non risolversi numerosi problemi nelle bovine da latte. Abbiamo già accennato al fatto che l’asciutta rappresenta il momento ideale per accumulare riserve di amminoacidi, acidi grassi, glucosio, oligoelementi e vitamine, molecole indispensabili nel periparto e nel puerperio.
Nella seconda fase della transizione, ossia durante i primi 21 giorni dopo il parto, le bovine vanno incontro a una ridotta capacità d’ingestione e possono manifestare dismetabolie insorte nelle ultime settimane di gravidanza. Tutto ciò determina uno stato di bilancio energetico negativo (NEBAL) e di bilancio amminoacidico negativo (NAB). Consentire alle bovine di costruire adeguate scorte metaboliche durante l’asciutta contribuisce in modo significativo a mitigare l’ampiezza del NEBAL e del NAB nel puerperio, riducendo così il rischio delle patologie correlate.
Ma come valutare, in modo soggettivo e oggettivo, la reale ampiezza di questi bilanci negativi e l’efficacia delle misure adottate per contenerli? Lo strumento più utile è il monitoraggio dell’ingestione di sostanza secca (DMI), sia nella prima che nella seconda fase di transizione, verificando se i valori reali siano coerenti con quelli teorici e con lo storico aziendale.
Come mostrato nella tabella sottostante, sia NRC 2001 che NASEM 2021 indicano una capacità d’ingestione nella fase centrale dell’asciutta compresa tra 13,7 e 13,9 kg di sostanza secca, mentre NASEM 2021 considera 12,3 kg un valore normale e auspicabile nella fase di preparazione al parto. Questi riferimenti, tuttavia, valgono solo se vengono rispettati i fabbisogni nutritivi raccomandati per ciascuna fase.
Dopo il parto, i fabbisogni cambiano in modo sostanziale, poiché sono fortemente influenzati dalla presenza di patologie metaboliche, dal numero di parti e dai giorni medi di lattazione.
Oltre al confronto periodico con i fabbisogni teorici, è fondamentale monitorare ogni 15 giorni l’ingestione effettiva dei diversi gruppi, asciutta fase centrale, preparazione al parto e puerperio, con l’obiettivo di individuare eventuali anomalie e costruire uno storico aziendale di riferimento.
Due biomarcatori ematici di grande utilità per individuare precocemente le bovine in bilancio energetico negativo (NEBAL) già durante la preparazione al parto sono i NEFA (acidi grassi non esterificati) e il β-idrossibutirrato (BHB o BHBA).
I NEFA vengono liberati dal tessuto adiposo quando la glicemia diminuisce e l’insulina si riduce, fornendo al fegato substrati per la produzione di energia. Il BHB, invece, è un corpo chetonico sintetizzato a livello epatico; quando la sua concentrazione aumenta, provoca la sintomatologia tipica della chetosi.
Durante la fase di preparazione al parto, si considerano valori normali:
- NEFA ≤ 0,29 mmol/L
- BHB ≤ 0,6 mmol/L
Questi livelli indicano una limitata mobilizzazione lipidica e una bassa produzione di corpi chetonici. Valori più elevati segnalano invece una condizione di NEBAL e chetosi subclinica già preparto, che rappresenta un fattore di rischio importante per patologie come ritenzione di placenta, metrite puerperale e altre dismetabolie post-parto.
Se si tratta di casi isolati, è opportuno intervenire sui singoli animali; se invece le anomalie coinvolgono più del 15% delle bovine, è probabile che vi siano criticità gestionali, nutrizionali o ambientali da correggere.
Nel puerperio, i valori di riferimento cambiano:
- NEFA plasmatici ≤ 0,6 mmol/L
- BHB plasmatico ≤ 1–1,4 mmol/L (equivalenti a 10–14 mg/dL)
Il BHB nel latte può essere utilizzato come indicatore indiretto di chetosi: la sua concentrazione corrisponde a circa 10–15% di quella ematica, e valori ≤ 0,15 mmol/L sono considerati ottimali. Questi due biomarcatori consentono quindi una valutazione oggettiva del grado di dimagrimento (NEBAL) e del rischio di chetosi.
L’analisi del latte delle singole bovine, effettuata durante i controlli periodici AIA/ARA o tramite sistemi in-line e real-time degli impianti di mungitura, fornisce informazioni preziose sulla qualità della gestione della transizione, poiché molte delle anomalie riscontrate nelle prime settimane di lattazione derivano da una inadeguata gestione dell’asciutta e del preparto.
Per verificare se durante l’asciutta le bovine abbiano accumulato una quantità sufficiente di proteine labili muscolari, utili a mitigare il bilancio amminoacidico negativo (NAB) d’inizio lattazione, si può utilizzare nella Frisona il biomarcatore proteina del latte ≤ 2,90%.
Anche una razione povera di proteina metabolizzabile (MP), in particolare di origine microbica, rappresenta una concausa del NAB. Come mostrato nella tabella sottostante, nei primi 60 giorni di lattazione una quota ancora rilevante di vacche Frisone presenta questo biomarcatore al di sotto del valore soglia, anche se negli ultimi anni si osserva un trend di miglioramento.
È importante ricordare che un NAB prolungato a inizio lattazione è strettamente correlato con la sub-fertilità, poiché la secrezione dell’IGF-1, il più potente fattore di crescita follicolare, dipende non solo da una buona funzionalità epatica, ma anche da adeguate concentrazioni ematiche di amminoacidi.
Oltre alla misurazione puntuale della concentrazione di BHB nel latte individuale, effettuata durante i controlli AIA/ARA, altri indicatori utili per verificare e quantificare il rischio di chetosi e di eccessivo bilancio energetico negativo (NEBAL) sono:
- il rapporto grasso/proteine ≥ 1,4,
- la percentuale di grasso nel latte ≥ 4,8%.
Questo biomarcatore si basa sul fatto che, quando le bovine vanno incontro a un deficit energetico marcato e perdono eccessiva massa adiposa, una parte degli acidi grassi liberati dal tessuto adiposo non viene utilizzata solo dal fegato, ma anche captata dalla ghiandola mammaria, determinando un aumento del contenuto di grasso nel latte.
Nel 2015, in collaborazione con l’Ufficio Studi di AIA, fu condotto uno studio per comprendere le cause della riduzione autunnale della produzione di latte osservata in gran parte dell’emisfero boreale. A parità di THI (Temperature Humidity Index) e di giorni medi di lattazione, la resa lattea risultava infatti sensibilmente più bassa rispetto ai mesi primaverili.
Questa condizione fu descritta come “Sindrome della Bassa Produzione di Latte in Autunno”, un fenomeno plurifattoriale che richiede un approccio preventivo e gestionale di tipo olistico. Tra i fattori eziologici più rilevanti emerse la chetosi subclinica, insieme all’influenza del fotoperiodo.
Negli ultimi anni, grazie al miglioramento della gestione della transizione, alla prevenzione delle malattie metaboliche e alla riduzione dello stress da caldo, la differenza produttiva tra i mesi di ottobre-novembre e quelli di aprile-maggio si è progressivamente ridotta, segno di un più efficace controllo dei fattori metabolici e ambientali che incidono sulla performance lattifera.
Conclusioni
Gestire correttamente la fase di transizione nelle bovine da latte è un compito oggettivamente complesso, poiché è difficile definire protocolli operativi universali validi per tutti gli allevamenti. Ogni realtà produttiva presenta infatti specificità gestionali, ambientali e nutrizionali che richiedono un adattamento continuo delle strategie.
Per questo motivo, un approccio professionale, basato non su schemi standardizzati ma sulla diagnostica di allevamento, rappresenta oggi l’unica via efficace per ridurre la prevalenza delle patologie che raggiungono il loro picco proprio in questa fase critica del ciclo produttivo.
Solo attraverso un monitoraggio costante, una gestione personalizzata e un’attenta integrazione tra nutrizione, sanità e management, è possibile consentire alle bovine di esprimere appieno il proprio potenziale genetico, mantenendo buona salute e fertilità.




















































































