16 Febbraio 2026

Per quanto possa sembrare strano, l’attività di chi gestisce un’azienda agricola è un lavoro di livello ampiamente intellettuale. Certo, il lavoro fisico, di braccia e di gambe, non manca. Anzi, ce n’è fin che si vuole. Tuttavia, la quantità di ragionamenti, relazioni con persone e decisioni che ogni giorno si affrontano, magari svolti durante il lavoro fisico, è così ampio da prendere una quota di tempo e di energie enorme.

Dunque non si può prescindere dalla testa di chi conduce o opera nell’azienda agricola. Sia esso il titolare, il capo stalla, il veterinario, il nutrizionista o qualsiasi figura che abbia un ruolo di responsabilità.

Avendo la possibilità di frequentare e conoscere un discreto numero di aziende, mi capita spesso di chiedermi quali siano le caratteristiche personali utili affinché ogni figura possa svolgere al meglio il ruolo per il quale opera. Credo infatti di riscontrare che, quando la persona in questione sviluppa il miglior ragionamento possibile, le vacche, l’azienda ed anche il conto economico se ne accorgono. Ed i risultati cambiano, eccome. Dato che tutto passa dalla testa delle persone, provo ad addentrarmi.

A tal proposito, mi sono imbattuto in un interessante articolo che descrive come alcune tenniste di alto livello abbiano dovuto destrutturare colpi che, se da un lato le avevano portate ai vertici, dall’altro si erano trasformati in schemi prevedibili, diventando paradossalmente il principale limite all’evoluzione del loro gioco.

Dunque destrutturare significa abbandonare qualche certezza e provare nuove possibilità per provare a migliorarsi ulteriormente. Peraltro senza la garanzia di fare meglio rispetto al livello precedente.

Riportando al nostro mondo agricolo tale riflessione, credo si possa dire che ciascuno di noi ha sviluppato una serie di competenze e di procedure, acquisite con l’esperienza, propria o di altri che godono della nostra stima. Per quanto queste competenze ci abbiano garantito risultati di cui siamo soddisfatti, esse possono costituire allo stesso tempo il principale ostacolo ad ulteriori evoluzioni delle nostre abilità.

È come dire che, per provare ad apprendere nuove competenze è necessario essere disposti a mettere in discussione quelle che abbiamo acquisito. Se abbiamo ottenuto risultati che giudichiamo positivamente utilizzando determinate procedure di mungitura, di gestione del periodo di transizione o degli aspetti riproduttivi, ovvero di impostazione alimentare o selettiva, come possiamo pensare di ottenere risultati migliori se non scegliamo di smettere di fare ciò che abbiamo imparato, per fare spazio a nuove modalità?

Di fondo, rischiamo di non cogliere la differenza tra aggiungere e cambiare. Se continuiamo a tirare la pallina nel modo che abbiamo imparato, come possiamo pensare di imparare una nuova modalità per colpirla? Se continuiamo ad usare le stesse modalità di gestione, per quale motivo i risultati dovrebbero migliorare?

Se abbiamo cellule somatiche accettabili ma non ottime, se abbiamo una mortalità neonatale non ideale, se abbiamo una fertilità buona e niente più, se guadagniamo poco rispetto ad altre aziende … e non siamo disposti a disimparare quel che facciamo, significa che siamo noi stessi il limite della nostra azienda. O meglio, che la nostra azienda ha raggiunto il livello di sviluppo che la nostra testa è stata in grado di garantire. Se abbiamo la testa per correre 10 km, non è saggio imbarcarsi in una maratona.

“Lo scienziato Carlo Rovelli pensa che la vera difficoltà della conoscenza non sia avere nuove idee, ma abbandonare quelle vecchie che credevamo certe. Non si vince più per accumulo di esperienze, ma per adattamento alle nuove sollecitazioni. Ma senza questo passaggio non c’è evoluzione, solo ripetizione di sé.”

About the Author: Arrigo Milanesi

Farm Consulting srl Email: arrigomilanesi@gmail.com

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