
È esperienza nota a chi frequenta il mondo dei biogas, la situazione nella quale il conduttore, vedendo che l’impianto produce meno gas del normale, carichi più del solito le tramogge e alimenti il digestore con un maggior carico di materiale. Con grande frequenza ciò si traduce in un’ulteriore riduzione nella produzione di biogas.
Il conduttore, vedendo l’inefficacia della propria azione, carica ulteriormente la dieta quotidiana ed a quel punto la frittata è fatta: la biologia dell’impianto si blocca. È successo che, temendo una carenza ed interpretando i segni come una conferma di tale carenza, abbiamo provocato un eccesso. Oltre al danno le beffe: abbiamo speso di più ed abbiamo provocato un guaio.
Mi pare che questo esempio sia più frequente di quanto si possa immaginare.
Quante volte, di fronte ad una visita veterinaria in cui sono state diagnosticate cisti o una ridotta attività ovarica, dietro sollecitazione, siamo prontamente corsi ai ripari chiedendo all’alimentarista di innalzare l’energia nella razione? Dato che, di solito, l’alimentarista opera per la ditta che ci fornisce il mangime, è poco probabile che possa sottrarsi a questa richiesta. La stessa situazione si verifica per molte occasioni in cui l’argomento è collegato alla somministrazione di alimenti ed integratori.
Si possono fare tuttavia diversi altri esempi per i quali si ha la tendenza ad inserire prodotti (alimenti vari, medicinali), procedure (es. due visite post partum la settimana anziché una, fare le cuccette tutti i giorni o più volte al giorno), macchinari (trattore, nuova pressa) o apparecchiature (ventilazione, fotoperiodo, ecc.).
Si ritiene di solito che ognuno di questi step, costituendo un miglioramento rispetto alla situazione precedente, possa garantire un risultato migliore. Credo che nessuna azienda possa dirsi esente da questa tendenza. Ovviamente secondo le proprie sensibilità e attitudini. C’è chi è più attratto da integratori, chi da macchinari, chi da apparecchiature. Ne avessi tuttavia mai visto uno misurare i risultati delle proprie scelte, per darsi ragione o per imparare dai propri errori, per la prossima volta che capitasse.
Credo che il punto da mettere in evidenza sia proprio il concetto di risultato. Nessun dubbio che una pressa nuova possa lavorare meglio di una vecchia; che un impianto di raffrescamento nuovo renda la stalla più confortevole; che un integratore by pass non venga degradato a livello di stomaci; che una visita veterinaria in più possa permettere di seguire meglio le vacche con difficoltà nella partenza. E via di seguito.
Il punto, che con grande frequenza dimentichiamo, è quello del risultato economico. L’obiettivo non eludibile della nostra attività è quello di creare, mantenere e possibilmente migliorare il divario tra ricavi e costi.
Chi ha dimostrato che intervenire su una mandria intera o su un gruppo per tre vacche in più con le cisti questa settimana (ammesso che fossero cisti, ma questo è un altro discorso) produca un utile per l’azienda? Anche perché se tendiamo ad intervenire con celerità, è molto probabile che lo faremo spesso, nelle mille occasioni per le quali la nostra mandria ci sollecita.
In fondo penso che sia necessario recuperare il senso della parsimonia e tornare a riflettere sull’opportunità di sviluppare, per quanto possibile, un’agricoltura cosiddetta low input. La strada che abbiamo imboccato di sviluppare un’agricoltura ad alta intensità di capitali ed investimenti, rischia di abituarci ad inserire senza la fatica di valutare l’opportunità di farlo.
Ovviamente sono tutt’altro che contrario agli investimenti ed alla ricerca delle performances. Credo tuttavia che dovremmo chiederci con maggior frequenza se ne valga la pena; quando la risposta fosse positiva, dovremmo poi misurare il risultato della nostra scelta.
Conosco aziende che hanno operato scelte sulla base di ragionamenti che, puntualmente, non sono risultati aderenti alla realtà. In diversi casi credo di poter dire che le stesse aziende volevano fare le scelte che poi hanno fatto ed hanno semplicemente utilizzato motivazioni che giustificassero le scelte che già avevano in cuor loro operato.
Per risultato hanno portato a casa dei costi operativi o di capitale, che gravano sul conto economico. Per contro il riscontro sui ricavi si è rivelato non rilevante.
La fatica del buon imprenditore è quella di non dimenticarsi di valutare, soppesare, decidere e verificare.
Soprattutto verificare.

















































































