Quella che si sta consumando, ormai da molti anni, tra gli allevamenti intensivi e una buona parte dell’opinione pubblica, dei giornalisti e dei medici, sembra una guerra infinita. In vantaggio netto pare che non siano gli allevatori. Per motivi che cercherò di ipotizzare più avanti il “sentiment” collettivo ritiene che i prodotti del latte e la carne rossa facciano male alla salute, che l’allevamento intensivo sia sinonimo di sofferenza per gli animali e che il suo impatto ambientale sia devastante. Da come stanno evolvendo le cose sembrerebbe che le modalità fin qui adottate per contrastare questa reputazione negativa non siano servite a nulla, sembrerebbe anzi che abbiano aggravato le cose. Le indignazioni, le richieste di chiudere le trasmissioni televisive “animaliste”, certe certificazioni di benessere animale, le iniziative di sensibilizzazione per stimolare il consumo di latte e carne rossa e le campagne pubblicitarie naïf hanno forse peggiorato le cose. Per averne la riprova, e senza scomodare i sondaggisti, basta parlare con i medici di qualsiasi disciplina e le fasce più giovani della popolazione per sentire la loro opinione sull’argomento. Tempo fa (29 Novembre 2017) Ruminantia ha organizzato, in collaborazione con l’Ateneo di Perugia, un focus group per capire meglio il fenomeno.

La pandemia di COVID-19, tuttora in corso, ha costretto a casa circa 3.5 miliardi di persone. Questo brusco cambiamento delle abitudini di vita e la frustrazione del constatare come un virus con una dimensione 600 volte inferiore a quella di un capello umano abbia potuto, nell’antropocene, uccidere nel mondo circa 250.000 persone hanno stimolato tante riflessioni.

In molti si aspettano che la fine della pandemia segni un nuovo modo di concepire l’economia, il lavoro e il vivere sociale e personale. Una sorta di dopoguerra, di “day after”. L’umanità si sta lacerando tra l’angoscia dei bollettini giornalieri delle morti e delle nuove povertà da un lato, e la meraviglia nel vedere in quanto poco tempo si possa ripulire l’aria che respiriamo, come la natura si riprenda rapidamente i suoi spazi e quanti valori familiari e sociali siano stati immolati in nome del narcisismo e del profitto, dall’altro.

L’occasione del dopo COVID-19 può essere utilizzata per ripensare l’allevamento degli animali da cibo e il dialogo con la gente.

A mio avviso il primo passo, propedeutico a tutto, è l’acquisire la consapevolezza che del latte e della carne da ruminanti (di questo ci occupiamo noi di Ruminantia) ne esistono tanti tipi. C’è il latte italiano e quello straniero, c’è quello da consumare pastorizzato e quello UHT, c’è il latte per fare le DOP, IGP e STG e quello per fare formaggi di basso prezzo, c’è quello convenzionale, quello biologico, NO-OGM, Etico, etc. E lo stesso vale per la carne: c’è quella italiana e quella straniera, c’è quella destinata agli hard discount e quella delle macellerie “boutique”, c’è la carne grass feed e poi c’è quella delle razze pregiate e quella delle razze non pregiate, e chi più ne ha più ne metta. Ognuna di queste destinazioni del latte e della carne deve avere un suo prezzo, per cui parlare di un prezzo italiano del latte e della carne rossa può apparire ridicolo e funzionale solo a ridurlo. Una popolazione non è mai omogenea, ci saranno sempre fasce che per non cultura, disinteresse o non agiatezza economica si orienteranno verso i prodotti più economici mentre altri gruppi di persone saranno attratti dai prodotti ricchi di narrazione, fatti magari localmente e rispettosi degli animali e dell’ambiente, e che per questo sono disposti a pagare di più. Ovviamente è difficile quantificare le dimensioni di questi due tipi di consumatori, anche perché ciò che li distingue è spesso fluido.

Il secondo passo è la necessità di ritenere, senza se e senza ma, che la “Green economy” sia il driver di sviluppo, o meglio di riconversione, della nostra economia e che questo percorso sia stato inevitabilmente accelerato dalla pandemia di COVID-19. Anche le stesse banche, e più in generale gli investitori, stanno guardando con interesse al “Green new deal”. E’ evidente che il pianeta non potrà sopportare a lungo uno sfruttamento delle risorse naturali di questa entità e un inquinamento così intenso e non regolamentato.

Ma quale potrebbe essere in pratica una traiettoria di riconversione dell’allevamento intensivo? Fermo restando che l’allevamento estensivo può essere solo una buona soluzione per riqualificare le aree interne o marginali del nostro paese e per produrre cibo di nicchia.

Basta, secondo la mia opinione, organizzarsi per rispondere concretamente con i fatti e con i numeri a chi, non sempre senza interessi personali, ritiene disdicevole e poco salutistico consumare i prodotti del latte e la carne rossa.

Ammoniaca e gas serra

Anche se l’allevamento dei ruminanti contribuisce solo per il 4.5% alla produzione complessiva dei gas serra, c’è un ampio margine di miglioramento se consideriamo che i punti di criticità sono le emissioni enteriche, lo stoccaggio e l’utilizzo delle deiezioni. La legge, principalmente per proteggere la qualità delle acque sia superficiali che di falda, obbliga gli allevatori a stoccare i liquami in grosse vasche per diversi mesi l’anno. I vasconi di stoccaggio contribuiscono per quasi il 50% alle emissioni di gas serra degli allevamenti. Due sono le soluzioni applicabili anche contemporaneamente. La prima è quella di aggiungere ai liquami stoccati degli additivi. Ne esiste uno in particolare che promette una riduzione delle emissioni di ammoniaca del 100%, una riduzione delle emissioni di metano del 21,5%, una riduzione del 100% del protossido d’azoto e del 21.9% dell’anidride carbonica. L’ammoniaca non è un gas serra ma partecipa alla produzione di PM2.5 e determina eutrofizzazione e acidificazione delle piogge. Un produttore di sistemi di copertura di queste vasche di stoccaggio promette con il suo sistema una riduzione del 76% della produzione di ammoniaca, del 42% di quella di anidride carbonica e del 38% del metano. La produzione di biogas dà anch’essa un contributo importante nella riduzione della produzione di ammoniaca e gas serra, oltre a trasformare gli allevamenti in attività a bilancio energetico positivo, specialmente se abbinati alla presenza d’impianti fotovoltaici. Inoltre, le stalle di tipo coltivated barn (compost barn e compost bedded-pack barn) riducono considerevolmente la produzione di metano, oltre a garantire alle bovine un elevatissimo livello di comfort.

Benessere animale

Gli interventi fin qui messi in atto, principalmente nelle filiere del latte e della carne, per la valutazione su vasca scala del benessere animale hanno avuto il merito d’individuare le stalle dove gli animali sono allevati in pessime condizioni e suggerirgli dei cambiamenti. Il metodo sin qui utilizzato non è però riuscito a convincere direttamente o indirettamente (tramite GDO) i consumatori. Quello che ultimamente viene contestato da alcuni giornalisti, dai movimenti animalisti e da catene distributive straniere è che quando si ricorre alla etichettatura volontaria “benessere animale” non si danno ulteriori indicazioni ai consumatori sulla tipologia d’allevamento da cui il latte e la carne provengono. Alimenti provenienti da animali allevati a stabulazione fissa o libera, con o senza pascolo, intensivi o estensivi vengono etichettati allo stesso modo. La gente ha una visione antropomorfizzata degli animali, compresi quelli da reddito, e con questa bisogna fare i conti, giusta o sbagliata che sia. Si dice che il cliente ha sempre ragione e gli allevamenti esistono perché c’è gente che compra i prodotti d’origine animale. Certo è che gli allevamenti intensivi di bovine da latte oggi considerati essere il gold standard, ossia di grandi dimensioni, a cuccette, senza paddock esterni, con autocatturanti, dove il vitello viene allontanato dalla madre alla nascita e dove le fecondazioni sono tutte TAI, sono difficili da raccontare alla gente. E’ infatti difficile dimostragli che in questi allevamenti le bovine vivono una vita dignitosa e simile a quella che avrebbero fatto in natura. L’attuale realtà degli allevamenti intensivi di ruminanti si scontra poi con la rappresentazione delle bovine sempre al pascolo proposta nelle pubblicità, creando nei giornalisti e nella gente una sensazione d’inganno.

Il rapporto con i medici

Nonostante siano state pubblicate molte, anzi moltissime, evidenze scientifiche, tante  delle  quali sostenute da meta-analisi e systematic review, sugli effetti non negativi, anzi a volte positivi, dei prodotti del latte e la carne rossa sulla salute umana, sono molte le specializzazioni mediche che li ritengono alimenti dannosi a prescindere delle quantità ingerite. Nella sindrome metabolica, in molte forme di tumore, nelle allergie e nelle intolleranze e nelle diete per perdere peso, i prodotti del latte e le carni rosse vengono sempre banditi. Ruminantia dal 5 Ottobre 2016 sta pubblicando nella Rubrica “Etica & Salute” evidenze scientifiche di qualità che dimostrano l’importanza che questi alimenti hanno per la salute dell’uomo.

Conclusioni

Le guerre non le vince mai nessuno e fanno solo morti. Il dialogo, la mediazione e la tolleranza permettono invece alle società di crescere in armonia e prosperità economica. A rendere difficile il dialogo tra l’allevamento intensivo e il resto del mondo sono le teorie del complotto, il giornalismo ideologico, le proposte di azioni autoritarie verso la libertà di stampa e le “bias di conferma”. Quest’ultimo fenomeno, ossia la tendenza quasi naturale a cercare continue conferme alle proprie opinioni evitando pertanto il confronto, è la vera grande sfida dell’umanità e il limite ad un ulteriore progresso. Pertanto, le filiere del latte e della carne da ruminanti devono fare grandi sforzi in tal senso, non solo per avere un presente ma soprattutto per avere un futuro. Un subdolo e astuto nemico si sta insinuando nella lotta tra gli allevamenti intensivi e il resto del mondo: i cibi ultra-processati. Questi alimenti hanno perso completamente il legame con le materie prime d’origine, sono fatti utilizzando molte sostanze sintetiche e quelli che non sono “spudoratamente” ricchi di zucchero e grassi sono considerati dai più un toccasana per la salute umana e dell’ambiente.

 

 

Foto tratta da: H.J.C. van Dooren, P.J. Galama, K. Blanken On farm development of bedded pack dairy barns in The Netherlands Gaseous emissions bedding.