
Negli ultimi anni si parla molto di One Health. Questo concetto non è realmente nuovo nella sostanza, ma lo è nella forma, e indica come la salute umana e quella animale siano fortemente interconnesse, spesso in una relazione di reciproca dipendenza. In molti casi la medicina umana e quella veterinaria, nell’ottica della medicina comparata, collaborano strettamente, soprattutto nel riconoscere che per affrontare qualsiasi patologia, trasmissibile o meno, è necessario un approccio olistico, o plurifattoriale, così come plurifattoriali sono sia i fattori eziologici sia quelli di rischio.
La fertilità naturale della specie umana e delle specie allevate per la produzione di latte e carne, come i ruminanti, è in progressivo calo ed è sempre più dipendente dall’impiego di farmaci. L’infertilità e la subfertilità sono condizioni tipicamente plurifattoriali che richiedono inevitabilmente un approccio globale e integrato.
Il crescente inquinamento ambientale da endocrine disruptors (interferenti endocrini), ormai diffusi nell’acqua potabile, negli alimenti e nell’aria, esercita effetti negativi, solidamente documentati, sulla riproduzione umana e animale. Questi fattori devono essere sempre considerati nella valutazione delle patologie riproduttive, anche se le possibilità di evitarne l’esposizione rimangono purtroppo limitate.
I mammiferi, per prendere quella che viene definita “decisione riproduttiva”, operano una valutazione di breve, medio e lungo periodo del proprio metabolismo, della disponibilità dei nutrienti necessari a portare a termine una gravidanza e del livello di rischio che un ambiente potenzialmente ostile può rappresentare per la sopravvivenza del feto e del neonato. Nella specie umana stiamo assistendo a un costante declino della natalità, soprattutto nelle aree più opulente e apparentemente sicure del pianeta, come l’Occidente e le economie emergenti.
La stessa Cina, che per anni aveva limitato per legge la possibilità di avere più di un figlio, è stata costretta a un passo indietro: tuttavia, questo cambiamento non ha arrestato il calo delle nascite, nonostante prosperità e benessere si stiano diffondendo rapidamente nel Paese.
In Italia, nel 1995 i nuovi nati sono stati 526.000, mentre nel 2024 sono scesi a 370.000, con una riduzione di quasi il 30%. Il numero medio di figli per donna nel 2024 è stato pari a 1,8, un valore ben al di sotto di quello necessario per mantenere stabile la popolazione.
In zootecnia, quando si affronta la ridotta fertilità dei food animals, in particolare nelle bovine da latte, esiste una convinzione consolidata: esiste una forte correlazione positiva tra fertilità e concentrazione energetica della dieta.
A livello aneddotico, vale la pena ricordare un episodio della mia attività professionale. Anni fa consigliai a un allevatore, che era anche un noto docente universitario di geografia e profondo conoscitore di antropologia, di non risparmiare sugli alimenti energetici nella razione delle sue bovine da latte, se davvero desiderava migliorare la loro fertilità.
Mi rispose quasi infastidito, sostenendo che tale affermazione fosse infondata, poiché la natalità dei popoli afflitti da fame e carestia risultava spesso più elevata rispetto a quella delle ben nutrite popolazioni occidentali. Non ebbi modo di replicare, ma quella reazione mi lasciò qualche dubbio, pur considerando la profonda differenza tra il metabolismo dei ruminanti da latte e quello delle femmine della specie umana.
Rimane tuttavia un paradigma ben radicato: nell’allevamento delle vacche si tende a raccomandare la fecondazione il più precocemente possibile dopo il parto, nonostante il bilancio energetico e aminoacidico sia ancora fortemente negativo.
Questo consolidato paradigma si sta rivelando obsoleto, soprattutto alla luce del fatto che le sincronizzazioni ormonali che permettono la TAI potrebbero diventare un ulteriore motivo di conflitto con l’opinione pubblica e contribuire all’abbandono del consumo di alimenti di origine animale.
Nell’ipotesi che si debba rinunciare alla sincronizzazione ormonale sistematica per la riproduzione delle bovine da latte, si sta considerando con sempre maggiore attenzione l’opzione della lattazione estesa. Per probabili ragioni legate alla selezione naturale, le bovine raggiungono ormai il picco di lattazione quasi tre mesi dopo il parto: anticipare eccessivamente una nuova gravidanza potrebbe quindi avere effetti negativi anche sulla produzione di latte nell’arco della carriera.
Alcuni medici veterinari buiatri e zootecnici riconoscono nello stress da caldo e nello stress da sovraffollamento importanti fattori di rischio per la sindrome della subfertilità. La specie umana, per ragioni economiche e sociologiche, tende ad abitare città sempre più grandi e densamente popolate; un processo analogo si osserva negli allevamenti, dove il principio dell’economia di scala suggerisce che concentrare un numero crescente di animali per metro quadrato migliori la redditività e, in alcuni casi, persino l’impatto ambientale.
Tuttavia, in contraddizione con questo principio, si sta osservando che il sovraffollamento delle grandi metropoli e quello dei grandi allevamenti esercita un impatto negativo sulla fertilità e quindi sulla natalità, costringendo gli allevatori a ricorrere alla TAI sistematica e, nell’uomo, a un’intensa medicalizzazione della riproduzione.
È purtroppo più un’evidenza empirica che scientifica quella secondo cui il sovraffollamento degli allevamenti di ruminanti da latte ha un effetto negativo anche sulla produttività pro capite, soprattutto quando interferisce con il naturale comportamento degli animali.
Bufale, bovine, pecore e capre condividono, oltre alla particolare anatomia gastrica e al loro metabolismo, il fatto di essere animali gregari e, in natura, costantemente soggetti all’attenzione dei predatori. Allevamenti progettati e gestiti in modo da non assecondare il comportamento naturale degli animali difficilmente riusciranno a raggiungere i livelli di profitto ottenibili superando i vecchi paradigmi dell’economia di scala.
Del resto, quanto osservato non riguarda solo l’uomo e gli animali domestici, ma anche la fauna selvatica. Negli zoo molte specie non si riproducono, pur essendo adeguatamente alimentate e protette dai predatori e dalle condizioni climatiche avverse. Un approccio One Health alla fertilità umana e animale potrebbe contribuire ad abbandonare i paradigmi ormai superati e a individuare nuove soluzioni a quello che sta diventando uno dei problemi più urgenti per l’umanità.

















































































