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15 Settembre 2025

Quella dei vaccini è forse la più antica applicazione pratica del concetto di One Health. Nel 1796, il medico inglese Edward Jenner osservò che chi mungeva le vacche poteva contrarre il vaiolo bovino, una forma molto più lieve rispetto al vaiolo umano, e che successivamente, se veniva esposto al Variola virus (VARV), non sviluppava la forma grave e spesso letale della malattia. Jenner decise quindi di iniettare del materiale prelevato dalla pustola di vaiolo bovino in un ragazzo di otto anni: il giovane non si ammalò. Da quel momento prese avvio l’era dei vaccini, uno degli strumenti più efficaci di prevenzione a disposizione della salute pubblica.

I vaccini si rivelarono così potenti che la campagna mondiale contro il VARV, oltre a salvare innumerevoli vite, portò nel 1980 all’estinzione del virus e all’eradicazione della malattia. Il termine “vaccino” deriva proprio dal latino vacca, che indica l’esemplare femminile di Bos taurus, e dall’aggettivo vaccinus (bovino, della vacca).

Circa un secolo più tardi, Louis Pasteur dimostrò che era possibile generare immunità verso un patogeno utilizzando preparazioni microbiche attenuate, come il midollo spinale di conigli infettati con la rabbia o bacilli di antrace riscaldati.

Da allora molte cose sono cambiate. Ad oggi, le principali infezioni virali e batteriche per le quali è possibile vaccinarsi includono Covid-19, difterite, encefalite giapponese, epatite A e B, febbre dengue, febbre tifoide, meningite da Haemophilus, influenza di tipo B, meningococchi, meningoencefalite da zecche, morbillo, Herpes zoster, papillomavirus umano (HPV), influenza stagionale, vaiolo delle scimmie (Mpox), parotite, pertosse, pneumococchi, poliomielite, rabbia, rosolia, rotavirus, tetano, tubercolosi, varicella, virus respiratorio sinciziale (RSV) e molti altri.

Anche la medicina veterinaria, forse più della medicina umana, fa ampio uso della profilassi vaccinale, sia per tutelare la salute degli animali d’allevamento che per ridurre l’impiego di farmaci come antibiotici e antinfiammatori, contrastando l’antibiotico-resistenza e minimizzando il rischio di residui farmacologicamente attivi negli alimenti di origine animale.

In ogni allevamento professionale, grande o piccolo, viene seguito un programma vaccinale strutturato, volto a prevenire le numerose patologie trasmissibili che possono colpire gli animali in tutte le fasi dell’allevamento. Stessa attenzione si riserva agli animali d’affezione e da sport. La massima “prevenire è meglio che curare” è ormai parte integrante delle buone pratiche zootecniche e della cultura degli allevatori, anche se non mancano persone scettiche verso la vaccinazione, come accadeva ben prima dell’era del Covid-19.

Negli allevamenti, buona parte, se non tutti, i vaccini disponibili vengono somministrati regolarmente, e in alcuni casi i richiami vengono anticipati rispetto alla normale scadenza per rafforzare l’efficacia della profilassi.

Ma a cosa serve un vaccino e perché vaccinare?

Attraverso la vaccinazione si introduce nell’organismo il patogeno, opportunamente inattivato o attenuato, oppure parti di esso o molecole derivate, con l’obiettivo di stimolare una risposta immunitaria specifica. In questo modo, l’organismo sviluppa difese già pronte ed efficaci nel caso in cui incontrasse il patogeno reale.

Molta dell’esitazione vaccinale deriva da prese di posizione ideologiche, con le quali è difficile confrontarsi, oppure da una legittima preoccupazione verso un particolare tipo di vaccino o verso i possibili effetti collaterali. È importante ricordare che ogni vaccino, così come ogni farmaco o trattamento medico, compresi quelli chirurgici, può comportare effetti collaterali, generici o specifici.

Per fare un paragone, anche un ricovero ospedaliero apparentemente banale comporta un rischio non trascurabile di contrarre infezioni da ceppi batterici multiresistenti, che in ospedale si selezionano facilmente.

L’atteggiamento più corretto è informarsi da fonti affidabili e valutare il rapporto rischio-beneficio delle vaccinazioni, soprattutto nei confronti di malattie infettive potenzialmente pericolose, sia per soggetti sani che per persone fragili, come bambini, anziani o portatori di patologie croniche.

Anche se ultimamente sembra essere passato di moda, esiste un approccio etico alla pratica vaccinale. Questo tipo di profilassi non si limita a salvaguardare la salute della singola persona, ma tutela anche la collettività. Molte vaccinazioni rese obbligatorie mirano a creare un cordone sanitario, riducendo la propagazione di infezioni all’interno di una popolazione: partecipare ai programmi vaccinali obbligatori ha quindi anche un valore etico, oltre che sanitario.

Le ondate di reazioni irrazionali, a volte anche violente, registrate durante il lockdown e le vaccinazioni obbligatorie contro il Covid-19 possono essere interpretate come conseguenze di stress, frustrazione e di un certo “sciacallaggio mediatico”.

In quest’ottica, come promuovere la ragionevolezza in tempi di crescente polarizzazione e disinformazione? L’impresa è ardua e non priva di rischi, ma il bene comune rende il tentativo più che giustificato.

Una campagna d’informazione efficace deve rivolgersi non solo ai decisori politici, ma anche a medici, giornalisti, studenti, insegnanti e cittadini. È fondamentale spiegare chiaramente dove reperire informazioni affidabili sui vaccini e sui loro possibili effetti collaterali. Al momento, strumenti come la SERP di Google, le chat bot, le altre forme di intelligenza artificiale e gli algoritmi non garantiscono imparzialità: dire “l’ho letto su internet” non ha più valore di “l’ho sentito al bar”, se non si conoscono i criteri di selezione delle informazioni.

Per quanto possa sembrare irrazionale, è consigliabile evitare fonti legate all’industria farmaceutica o ad altre lobby, poiché esse vengono subito percepite come parziali da chi ha posizioni ideologiche contrarie alla vaccinazione.

Nei programmi di storia delle scuole medie e superiori è fondamentale insegnare le grandi epidemie che hanno periodicamente decimato l’umanità, e come la profilassi igienica e quella vaccinale abbiano permesso a sempre più persone di arrivare alla vecchiaia in buona salute.

Ai ragazzi, che presto diventeranno adulti, va anche insegnato come si acquisiscono le informazioni tecnico-scientifiche, che cos’è il metodo scientifico e come distinguere un influencer che diffonde notizie false da un esperto: quest’ultimo può non avere la stessa telegenia o eloquenza, ma possiede competenze solide e fondate.

Per raggiungere questo obiettivo, sarebbe utile reclutare professori a contratto, formati tramite programmi di aggiornamento ministeriali che possano intervenire sia nelle scuole sia negli atenei. Queste stesse professionalità potrebbero poi essere impiegate per informare politici e giornalisti, amplificando l’impatto della comunicazione scientifica.

Il progetto è certamente ambizioso, forse utopico e oneroso, ma occorre valutare attentamente le conseguenze di abbassare la guardia sui vaccini e di tollerare movimenti negazionisti, revisionisti o no-vax. Un aumento, anche violento, della prevalenza delle infezioni sopra elencate, sia umane sia veterinarie, porterebbe a problemi molto gravi e a costi certamente superiori rispetto a quelli necessari per garantire informazione e educazione scientifica alla cittadinanza.

About the Author: Alessandro Fantini

Dairy Production Medicine Specialist Fantini Professional Advice srl Email: dottalessandrofantini@gmail.com

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