17 Novembre 2025

Nell’editoriale di Ruminantia Mese di luglio 2025, dal titolo Riflessioni sulla reputazione, abbiamo affrontato un tema particolarmente delicato. Le filiere del latte e della carne dei ruminanti, infatti, pur generando rispettivamente circa 25 e 10 miliardi di euro di giro d’affari, tra produzione primaria e trasformazione, si caratterizzano per un numero relativamente ridotto di operatori.

Secondo i dati della Banca Dati Nazionale (BDN), al 30 giugno 2025 risultano in Italia 115.300 allevamenti bovini (di cui 22.683 a indirizzo latte, 76.407 carne e il resto a indirizzo misto), 2.223 allevamenti bufalini e 106.518 allevamenti ovicaprini complessivi tra pecore e capre, includendo anche le realtà di dimensioni minori.

Questo flusso di latte e carne alimenta una complessa filiera di trasformazione che genera un giro d’affari complessivo di circa 35 miliardi di euro all’anno, cifra che cresce ulteriormente quando formaggi e carni raggiungono i carrelli della spesa dei consumatori italiani.

È difficile stimare con precisione quante siano le imprese che forniscono beni e servizi a queste filiere e quanti operatori vi lavorino, ma è empiricamente ragionevole ipotizzare che il numero complessivo non superi le 300.000 persone, escludendo il personale operativo e amministrativo, come operai, impiegati e contoterzisti.

In questa stima approssimativa rientrano quindi la produzione primaria, il settore secondario e il terziario pubblico e privato, tutti comparti strettamente integrati e specializzati nel sostenere le filiere zootecniche italiane.

Secondo ISTAT 2024, in Italia le città che superano i 300.000 abitanti sono solo dieci, tanto per dare la misura di ciò di cui stiamo parlando.

Questi operatori si suddividono in gruppi d’interesse, spesso estemporanei, che si riconoscono in associazioni di varia natura o in community sui social media. Tra queste, i gruppi Facebook risultano particolarmente attivi e riconoscibili. La comunicazione intragruppo è intensa e generalmente priva di pregiudizi etnici, politici o culturali, poiché si fonda su interessi comuni, fatti di passione e di business.

In questi contesti non crea differenze essere del Nord o del Sud, bianchi o neri, cristiani o musulmani: ciò che conta è la partecipazione e la condivisione di valori e obiettivi. Le dimensioni dei gruppi sono talvolta ampie, ma mai eccessive, e gli amministratori non solo gestiscono il dibattito, ma talvolta assumono anche un ruolo di leadership.

Il dialogo tra gruppi diversi risulta invece difficile, se non impossibile, un pò come accadeva un tempo tra città confinanti o tra tifoserie calcistiche rivali. Tuttavia, sia nelle associazioni sia nei gruppi online, non è raro trovare persone che partecipano contemporaneamente a più comunità, anche potenzialmente antagoniste. Ciò non genera conflitti, perché la rete ha insegnato che, per appartenere a un gruppo, è necessario rispettarne le regole, il linguaggio e le gerarchie.

Del resto, se si vuole giocare a tennis, bisogna accettarne le regole, come avviene in ogni comunità umana e in tutti i contesti aggregativi, siano essi ludici o lavorativi.

Esistono però persone che non intendono rispettare le leggi del vivere civile, del lavoro o dei gruppi d’interesse, perché si percepiscono come forti, indispensabili o intoccabili. Le tribù fluide che compongono la società moderna non tollerano l’ambiguità, e questo vale soprattutto per noi che, a vario titolo, produciamo alimenti di origine animale destinati al consumo umano.

Incontro spesso giovani allevatori e neoprofessionisti che mi chiedono come inserirsi e affermarsi in questa community di circa 300.000 persone. Il mio consiglio è di essere preparati e aggiornati, perché questo conta molto; ma prima di proporsi e rendersi visibili, è indispensabile conoscere la comunità, le sue regole, il suo linguaggio e chi sono coloro che contano e influenzano l’opinione comune. Questo lavoro preliminare non finisce mai, perché tutto evolve, e con esso anche il nostro piccolo mondo.

Saltare questa fase può generare frustrazione nei giovani e una sorta di “riforma anticipata” nei professionisti più esperti. Ciò che sconsiglio decisamente, tanto ai junior quanto ai senior in fase di riqualificazione, è di saltare di “carro in carro” nella speranza di salire su quello del vincitore: un atteggiamento che danneggia la reputazione personale, e come si sa, nella nostra piccola tribù le notizie corrono veloci.

Muoversi in modo anarchico, al di fuori di qualsiasi forma di appartenenza, pensando che la community ti stesse aspettando, è il più grave degli errori. È come quando ci si sente forti, e magari lo si è davvero, ma si abbassa la guardia.

La locuzione latina memento mori (“ricordati che devi morire”) pare fosse ripetuta come un mantra da uno schiavo all’imperatore o al generale romano di ritorno vittorioso, per ricordargli la sua natura mortale e di contenere l’ego.

In questi lunghi anni mi è capitato di incontrare giovani talenti che avrebbero potuto dare molto alla nostra tribù, ma che, per colpa di cattivi maestri, arroganza o ego smisurato, si sono bruciati in pochi anni, ritrovandosi a doversi ridimensionare o ripresentarsi dopo un profondo “lifting”.

Ad onor del vero, ho conosciuto anche molti giovani eccellenti che hanno compreso le regole del gioco e le hanno accettate integralmente. Oggi sono professionisti affermati, manager di valore o allevatori di successo che, all’umiltà e al rispetto dovuti a qualsiasi comunità umana, hanno aggiunto quel grande patrimonio che è l’esperienza.

Quando un giovane si siede al tavolo del gioco della vita, decidere che strada intraprendere è difficile, ma bruciare le tappe è una delle scelte più sconsiderate, grave quanto il procedere a tentoni. In questi anni, molta confusione è stata generata dalla figura dell’influencer, spesso confusa con quella del professionista di chiara fama o dell’azienda vincente.

Anche se può sembrare brutto dirlo, più che il numero dei follower, sono le offerte di lavoro e i risultati economici i veri indicatori del successo professionale e imprenditoriale. Spesso si fa confusione anche tra B2B e B2C. I rapporti tra la produzione primaria, il settore secondario e il terziario privato sono di tipo B2B, ossia basati su uno scambio multidirezionale di beni e servizi funzionali alla crescita di un business.

Nelle community B2B, i rapporti avvengono tra imprenditori che si scambiano beni e servizi: qui conta la sostanza, l’oggettività e il metodo scientifico, molto apprezzato e considerato indispensabile. I rapporti con i consumatori finali, tipici del B2C, seguono invece logiche diverse e utilizzano linguaggi e codici propri.

L’influencer abita le community del B2C, mentre l’esperto è la figura di riferimento in quelle del B2B. Naturalmente, esistono anche ambiti in cui si condividono passioni, interessi e cultura senza la motivazione diretta del business, anche se il confine tra business e non business è spesso sottile.

Nella nostra tribù, tutto questo si semplifica: i rapporti d’interesse sono sempre intrisi di passione, tanto che molti sognano la pensione per rallentare un pò, ma poi, all’atto pratico, non riescono a smettere e continuano a lavorare. Gli imprenditori, in particolare, difficilmente cessano l’attività una volta raggiunta l’età pensionabile; piuttosto, si adoperano per un ricambio generazionale o, se necessario, per un passaggio di proprietà.

Solo così si può garantire un futuro alla missione, ai valori e alle persone che compongono l’impresa, custodendo ciò che è stato costruito con cura e dedizione.

Il collante più potente delle varie “tribù” in cui si articola la società contemporanea è oggi l’ecosistema digitale, uno spazio dove tutti possono essere protagonisti ed esprimere la propria opinione. Tuttavia, le tribù amano incontrarsi dal vivo, anche solo di tanto in tanto, per contarsi, salutarsi e condividere esperienze, gioie e preoccupazioni, proprio come fanno ogni giorno sui social.

Le fiere di settore, in fondo, servono a questo: sono ormai meno luoghi di compravendita e sempre più spazi di aggiornamento, confronto e presenza reale. Qui si incontrano le tante anime che insieme compongono la grande tribù di chi produce carne e latte per il benessere dell’uomo.

Anche noi di Ruminantia, che viviamo quasi al 100% nell’ambiente digitale, sentiamo la necessità di incontri in presenza, fatti di convegni e tavole rotonde, organizzati insieme alle aziende della nostra community e alle istituzioni con cui collaboriamo.

L’evento analogico più importante dell’anno per noi è la Fiera di Cremona, dove abbiamo l’opportunità di organizzare un numero pressoché illimitato di eventi in presenza. È il momento in cui possiamo guardare negli occhi i nostri lettori, ascoltare le loro esigenze e capire se la nostra offerta informativa risponde davvero ai bisogni della tribù di chi si occupa di latte e carne di ruminanti.

In questi tredici anni di attività abbiamo cercato di fornire alla nostra tribù strumenti utili per lavorare meglio, grazie anche al sostegno economico delle aziende partner che credono nel nostro progetto. È un sano “do ut des”: loro ci permettono di esistere e crescere, offrendo aggiornamento gratuito ai lettori; noi, in cambio, diamo visibilità e valore ai loro prodotti e servizi, alla luce del sole e senza alcuna ombra.

Quest’anno, in Fiera a Cremona, abbiamo organizzato dieci eventi nell’area Ruminantia e partecipato come co-organizzatori e media partner a due dei convegni più importanti della manifestazione.

Clicca qui per conoscere il programma della Fiera.

About the Author: Alessandro Fantini

Dairy Production Medicine Specialist Fantini Professional Advice srl Email: dottalessandrofantini@gmail.com

schippers-natale-omaggio

Scopri i Partner di Ruminantia

Da leggere - Novembre 2025

Condividi questa notizia!