15 Giugno 2026

Siamo abituati a pensare che il potenziale di una vitella dipenda esclusivamente dalla genetica dei genitori e dalla gestione post-natale.

Tuttavia, la scienza moderna ci dice che esiste un terzo pilastro fondamentale: la programmazione fetale in utero. I fattori ambientali, nutrizionali e metabolici che coinvolgono la madre durante la gestazione possono “accendere” o “spegnere” geni nel feto tramite modifiche epigenetiche, “programmando” la vitella a rispondere in modo specifico una volta diventata adulta e segnando per sempre la sua salute e produttività. In linea generale potremmo considerare la genetica individuale come se fosse uno spartito musicale oppure un libro di ricette, ma è l’epigenetica che decide come una musica deve essere suonata o come una pietanza debba essere preparata.

I segni epigenetici (o developmental imprints) agiscono come una memoria biologica: la bovina trasmette al feto informazioni sulle condizioni ambientali “programmando” la vitella a rispondere in modo specifico una volta diventata adulta. L’utero diventa il principale ambiente in cui avvengono le modificazioni su base epigenetica e il feto non è un ricettore passivo di nutrienti ma un organismo che interagisce e viene “plasmato” attivamente dalle condizioni uterine. Questi cambiamenti non interessano il DNA (che non è modificabile) ma la sua espressione fenotipica, in modo permanente per tutta la vita.

La programmazione fetale dipende da diversi fattori materni, paterni e ambientali. In questa revisione narrativa dell’articolo “Prenatal determinants of fetal programming in dairy cattle: A mini-review” prenderemo in esame unicamente quelli di origine materna poiché sono i più utili dal punto di vista pratico e professionale.

Età della madre e numero di parti

L’età della vacca e il numero di parti influenzano in modo diverso le prestazioni delle figlie. Le primipare partoriscono spesso vitelle più fragili: peso alla nascita inferiore, maggiore rischio di natimortalità, trasferimento dell’immunità passiva colostrale meno efficiente e concentrazioni ridotte di ormone anti-Mülleriano (AMH), che è un indicatore della riserva ovarica di ovocellule. In altre parole, una madre al primo parto può trasmettere alla prole delle condizioni meno favorevoli allo sviluppo immediato e alla futura funzionalità produttiva e riproduttiva.

Le vacche giovani, in particolare le secondipare di circa tre anni, tendono a dare vita a vitelle che, una volta adulte, mostrano produzioni di latte molto elevate. Questo vantaggio è probabilmente legato a un ambiente uterino ed endocrino più favorevole, in cui la qualità ovocitaria e la fisiologia materna risultano ancora ottimali.

Le pluripare più giovani (4–6 anni) sembrano offrire un equilibrio interessante: vitelle più pesanti, con migliore fertilità e livelli più elevati di ormone anti-Mülleriano (AMH).

Infine, le vacche più anziane (dal 4°-5° parto in poi) tendono a trasmettere alla prole una maggiore propensione alla longevità e alla fertilità, sebbene le figlie possano mostrare una certa difficoltà a raggiungere i picchi produttivi più elevati rispetto alle figlie delle secondipare.

Produzione materna durante la gestazione

Il livello produttivo della madre, durante la gestazione, lascia una traccia importante sulla prole. Una vacca ad alta produzione tende a sostenere una maggiore crescita fetale: le vitelle nascono più pesanti e mostrano uno sviluppo più precoce. Le figlie di vacche molto produttive possono esprimere, da manze, un concepimento più precoce e un rapporto grasso/proteina più elevato nelle prime fasi della lattazione. Tuttavia, questo apparente “vantaggio” non è gratuito: come primipare sviluppano spesso un intervallo parto-concepimento più lungo, probabilmente a causa dello stress metabolico post partum.

Per quanto riguarda la lunghezza del periodo di asciutta, è sempre raccomandabile che rimanga compreso tra 45 e 60 giorni. Una lattazione troppo prolungata prima del parto ed un periodo di asciutta breve (< 40 giorni) hanno degli effetti negativi sull’ingestione di sostanza secca e la produzione futura delle figlie.

Nutrizione materna in gestazione

La nutrizione della madre durante la gestazione è uno dei pilastri della programmazione fetale. Sia la carenza sia l’eccesso di nutrienti possono alterare in modo permanente il destino biologico della vitella. In passato l’attenzione era concentrata soprattutto sulla sottonutrizione, ma oggi, nelle vacche da latte ad alta produzione, l’ipernutrizione è diventata sempre più rilevante.

Le moderne frisone, in prossimità del parto, affrontano uno stress metabolico importante con un bilancio energetico spesso negativo, che porta a un aumento sensibile degli acidi grassi non esterificati (NEFA) e dei corpi chetonici, con possibili ripercussioni sulla fisiologia della placenta e sull’epigenetica fetale. Questo può tradursi in modifiche stabili dell’espressione genica, soprattutto nei sistemi coinvolti nel metabolismo e nella riproduzione.

L’ipernutrizione e l’eccesso di energia in asciutta possono alterare l’espressione di geni chiave della segnalazione endocrina e metabolica nel feto, come IGF1, IGF2, i loro recettori (IGF1R) e i fattori di trascrizione correlati, programmando alterazioni nella futura capacità di regolare il metabolismo e la crescita.

Al contrario, alcuni nutrienti specifici possono avere un effetto positivo. L’integrazione in tarda gestazione con donatori di gruppi metilici, come la metionina e la colina, può migliorare la funzione placentare e lo sviluppo immuno-metabolico, probabilmente attraverso meccanismi epigenetici. Un’alimentazione di precisione equilibrata per energia e micronutrienti è essenziale per massimizzare il potenziale della prole.

Infezioni materne e infiammazione sistemica

Le infezioni in gravidanza rappresentano un altro fattore di grande rilievo. Ogni processo infiammatorio materno può alterare l’ambiente intrauterino e lasciare effetti duraturi su immunità, fertilità e longevità della prole. La mastite, in particolare, non è solo una patologia della mammella: può avere conseguenze anche sul feto e sui tessuti riproduttivi della figlia.

Diversi studi hanno mostrato che le figlie di vacche con mastite, o con un elevato conteggio di cellule somatiche, tendono ad avere performance peggiori in termini di salute, fertilità e produttività. In particolare, l’insorgenza di mastite o l’esposizione a stati infiammatori sistemici durante il primo trimestre di gravidanza, momento cruciale per l’organogenesi riproduttiva del feto, è associata a una drastica riduzione dei livelli di AMH nelle figlie una volta adulte, compromettendo precocemente la loro futura riserva ovarica.

Inoltre, le infezioni materne possono peggiorare la qualità del colostro e compromettere il trasferimento di immunità passiva, con un aumento del rischio di malattie neonatali. Le conseguenze non si esauriscono nelle prime settimane di vita, ma possono riflettersi su salute generale, sviluppo e capacità produttiva futura.

Stress da caldo in gravidanza

Tra i fattori ambientali, lo stress da caldo è uno dei più importanti e anche uno dei più pervasivi negli allevamenti da latte moderni. Quando la vacca in gestazione è esposta a un THI elevato, il suo organismo ridistribuisce il flusso ematico verso la cute per disperdere calore, riducendo la perfusione uterina e l’efficienza placentare. Questo può compromettere la crescita fetale, lo sviluppo immunitario e lo sviluppo della mammella della vitella.

Lo stress da caldo sperimentato nelle ultime settimane prima del parto ha effetti particolarmente evidenti: riduce il peso alla nascita e allo svezzamento, abbassa l’immunità, peggiora la sopravvivenza nella prima lattazione e riduce la produzione di latte. Il periodo di asciutta è infatti cruciale per lo sviluppo mammario fetale: livelli elevati di cortisolo e catecolamine materni sopprimono l’espressione del recettore α degli estrogeni nel feto, ostacolando la morfogenesi dei dotti galattofori, riducendo il parenchima secernente e favorendo la deposizione di tessuto adiposo.

Non meno importanti sono le ripercussioni immunitarie. Lo stress ossidativo in utero può compromettere lo sviluppo di timo e milza, ridurre l’assorbimento postnatale delle immunoglobuline colostrali e aumentare la suscettibilità alle infezioni neonatali. In pratica, una vitella esposta in utero allo stress da calore parte già con uno svantaggio biologico che può accompagnarla per tutta la sua vita produttiva.

Gli studi mostrano, inoltre, un chiaro effetto dipendente dal momento di esposizione. Un THI elevato nelle ultime tre settimane preparto riduce la produzione lattea delle figlie, mentre un THI moderatamente alto per tutto il periodo di asciutta peggiora la percentuale di grasso del latte e la performance riproduttiva. Le conseguenze possono anche estendersi alle generazioni successive: le figlie (F1) di vacche esposte a stress da caldo in tarda gestazione mostrano minore sopravvivenza, più natimortalità e peggiori performance produttive, e questo effetto può addirittura intensificarsi nella generazione successiva (F2).

Conclusioni

Il messaggio più importante di questo articolo è che la futura performance della bovina da latte si costruisce già in gravidanza. Età della madre, livello produttivo, nutrizione, stato sanitario e stress termico sono tutti fattori che agiscono sulla programmazione fetale e possono lasciare impronte durature sulla produzione, la fertilità, la salute e la longevità della futura vacca.

Per l’allevatore e per il tecnico questo significa che la gestione della bovina in gestazione non può essere considerata una fase secondaria. Al contrario, è un momento strategico in cui si decide una parte importante del potenziale futuro della mandria. In particolare, il raffrescamento delle vacche in asciutta, il bilanciamento nutrizionale di precisione e il controllo dell’infiammazione e delle infezioni rappresentano strumenti essenziali per proteggere lo sviluppo della vitella e massimizzare il suo valore produttivo e riproduttivo.

About the Author: Marco Spagnolo

Veterinario Libero Professionista. Email: marcospag@yahoo.it

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