influencer-esperto
17 Agosto 2026

Un prorompente, rigoglioso e costante flusso di conoscenze alimenta il torrente della cultura e permette alle comunità umane di evolvere, tenendo a bada senza cedimenti quelle pulsioni che appartengono all’animale che, più o meno sopito, rappresenta l’essenza stessa di ogni uomo.

Come sia l’essere umano “naturale” lo sappiamo molto bene, perché vive in noi dall’alba dei tempi; sappiamo anche che quando riprende il controllo della situazione ricominciano le nefandezze e le lordure che hanno accompagnato il nostro cammino sulla Terra. La cultura serve a rinchiudere in un sarcofago, purtroppo non a chiusura ermetica, la natura umana, affinché la giustizia e il benessere possano prosperare per tutti.

In un tempo che fu, la cultura tecnica, scientifica e umanistica, insieme alle regole della convivenza sociale, veniva appresa e aggiornata attraverso la famiglia, gli amici, la scuola, i libri, i giornali e molte strutture dello Stato: una grande rete di rivoli che dalla sorgente raggiungeva ogni singola persona.

Da qualche decennio a questa parte, l’ecosistema digitale ha accelerato e amplificato questo flusso, modificando e spesso sovvertendo molte delle regole consolidate. I maestri avevano il compito di istruire ed educare, mentre l’intermediazione giornalistica aveva quello di aggiornare e informare.

Per essere considerato esperto di una qualsiasi materia era necessario dimostrarlo essenzialmente attraverso un curriculum vitae et studiorum oppure grazie a una posizione sociale conquistata passando attraverso un tortuoso cammino di prove ed esami. La meritocrazia era un mito che talvolta assumeva la postura di dogma, e l’essere classificato come “di chiara fama” rappresentava il sogno di molti.

L’educazione scolastica e familiare insegnava che la parola dell’esperto aveva un valore autorevole e che seguire le sue indicazioni era spesso la scelta più conveniente. Era però il tempo in cui esprimere pubblicamente la propria opinione era un privilegio di pochi.

Dapprima la rete e poi i social hanno permesso a tutti di esprimere un proprio parere, di qualsiasi tipo, e questo è stato un indubbio progresso che ha però appannato quello che era il ruolo dell’esperto, travolto in mezzo alle mani alzate di chi dice: “io questo lo so”.

Educati dallo stile dei social, anche gli esperti di chiara fama si sono abbandonati alla tuttologia, ossia al diritto di esprimersi su qualsiasi campo dello scibile umano.

L’avvento dell’IA e dei suoi chatbot sta sostituendo il ruolo dell’esperto, o meglio degli specialisti, rispondendo in maniera argomentata e convincente a ogni quesito che viene loro posto, sia da persone fisiche sia da aziende. Ho visto interrogare i chatbot su complesse domande mediche e addirittura elaborare piani di marketing e comunicazione per aziende, oltre a molto altro ancora.

Tutto ciò sta avvenendo con una velocità senza precedenti, spiazzando tutto ciò che nei millenni si era lentamente costruito nell’ambito della conoscenza.

Contestualmente, i social media hanno fatto crescere a dismisura la figura dell’influencer, ossia persone dotate di una elevatissima empatia e capacità comunicativa, in grado di diffondere conoscenze a 360° sulla rete alla sua ipersonica velocità.

Per l’esperto essere classificato “di chiara fama” era ed è un meccanismo molto complesso, mentre il patrimonio dei follower dell’influencer è facilmente quantificabile. La combinazione virtuosa tra empatia, percezione di competenza ed elevato numero di follower risulta piuttosto rassicurante per molte persone e diventa motivo per delegare loro la propria stima, la propria fiducia e, non di rado, le proprie scelte di acquisto.

Anche i politici stanno sempre più acquisendo il modo di parlare tipico degli influencer, fatto di gestualità e frasi brevi ed efficaci, che possono essere molto utili per trovare una ricetta, acquistare una crema per il viso o scegliere un buon attrezzo, ma molto meno per formarsi un’opinione autonoma o compiere grandi scelte.

Il mix tra i contenuti dei chatbot e quelli degli influencer ha messo in cantina gli esperti, il loro metodo scientifico e il loro senso critico, con tutti i rischi che ciò comporta.

Il parlare spesso al condizionale dei medici,  il centellinare le promesse prognostiche e il comunicare talvolta in modo poco comprensibile si scontrano con la disarmante assertività dell’IA, degli influencer e dei semplici commentatori seriali dell’ecosistema Facebook.

La gente che cerca semplificazioni interpreta spesso con un giudizio assolutamente negativo i tanti “non lo so” con i quali i veri esperti rispondono alle domande quando non hanno elementi sufficienti per dare una risposta certa.

Forse di questo ne ho già scritto, ma tanti anni fa mi sconvolse sentire un super esperto americano, durante un convegno universitario sulla microbiologia del rumine da me promosso, rispondere “non lo so” a una domanda del pubblico sul lievito di birra vivo, spesso aggiunto nelle diete delle bovine da latte.

Il docente era allora considerato il massimo esperto mondiale di questa disciplina e questa risposta lasciò increduli gli oltre 500 nutrizionisti presenti. Dopo una serie di tentativi per rendere forse più chiara la domanda e dopo aver ripetuto più volte “non sono competente sull’argomento”, amabilmente ci spiegò che, poiché il convegno si svolgeva all’interno di un Ateneo e lui non aveva svolto sperimentazioni specifiche sul Saccharomyces cerevisiae, non possedeva sufficienti competenze per esprimere un giudizio diretto; se però chi aveva posto la domanda si fosse accontentato, avrebbe potuto riportare quanto indicato dalla bibliografia disponibile.

Questo breve e intenso botta e risposta cambiò la vita professionale di molti di noi, facendoci comprendere il valore inestimabile del “non lo so”, ossia del non rispondere quando non si è certi della qualità della propria risposta. Fu questo episodio che rese per me sacrale il metodo scientifico e lo spirito critico e forse devo proprio ad esso una parte della mia carriera professionale.

Personalmente credo che non ci sia un conflitto tra esperti e influencer. I primi devono essere specializzati il più possibile, perché le risposte che forniscono e i contenuti che trasmettono condizionano in maniera sostanziale le scelte di chi ne fruisce.

Ricordo anche quanto mi sconvolse, durante un convegno nel quale ero relatore, sentire un noto premio Nobel italiano esprimere giudizi apparentemente dettagliati sui cosiddetti allevamenti intensivi, generando nella mente di chi lo ascoltava una domanda muta: “ma questo ne ha mai visto uno?”.

Gli influencer possono essere di grande aiuto per argomenti più leggeri e che non condizionano scelte importanti. Allo stesso modo, i chatbot possono rappresentare un valido supporto, ma integrano e non sostituiscono il ruolo degli esperti e degli influencer.

About the Author: Alessandro Fantini

Dairy Production Medicine Specialist Fantini Professional Advice srl Email: dottalessandrofantini@gmail.com

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