15 Ottobre 2025

Mi è ancora vivido il ricordo della trepidazione con cui si attendeva l’uscita delle classifiche AIA, quelle che stabilivano quali allevatori di bovine da latte avessero raggiunto la media produttiva più alta a livello provinciale, regionale e nazionale. C’era chi, grazie a buone amicizie, riusciva a conoscerle in anteprima, prima che fossero pubblicate ufficialmente sul Bollettino dei Controlli della Produttività del Latte dell’AIA, e non mancava di condividerle con colleghi e amici.

In quei giorni, quando cominciavano a circolare le fotocopie delle classifiche, si respirava un’atmosfera particolare, fatta di attesa e frenesia: un turbinio di emozioni che spesso sfociava nella delusione di chi non riusciva a entrare nei primi dieci posti, accompagnata magari da qualche sospetto di troppo, ma che altrettanto spesso esplodeva nella gioia e, talvolta, nella tracotanza di chi invece quelle posizioni tanto agognate era riuscito a conquistarle.

La competizione, si sa, appartiene alla natura umana ed è forse la più potente motivazione del progresso. Poiché in Italia la produzione di latte è finalizzata prevalentemente alla trasformazione in formaggi, attività che consente margini economici più elevati, l’AIA decise di non stilare graduatorie basate semplicemente sulla quantità di latte prodotto, ma piuttosto sul contenuto di proteine.

Una scelta ineccepibile dal punto di vista tecnico, ma che ebbe come effetto collaterale un progressivo calo di interesse verso questa forma di confronto, fino a spegnerla definitivamente quando, per probabili ragioni di privacy o per un eccesso di zelo, sui Bollettini non comparve più il nome dell’azienda ma soltanto il codice AUA. Una modifica che rese molto difficile, se non impossibile, identificare le aziende e quindi alimentare quel confronto diretto che costituiva il cuore stesso della sfida. E in effetti il proverbio, attribuito a Voltaire, secondo cui “il meglio è il nemico del bene” trova in queste decisioni una delle conferme più lampanti.

Comunque, il mondo evolve incessantemente e con esso anche il modo di gestire gli allevamenti. Il declino dell’interesse nel confrontarsi attraverso le classifiche ha alimentato la leggenda secondo cui i vicini sarebbero sempre più bravi di te. Una sorta di mitologia che, alimentata soprattutto da ragioni commerciali, non aiuta realmente a progredire, mentre lo farebbe il benchmark, un approccio molto più articolato e razionale rispetto al semplice confronto basato sulla produzione di latte o di proteine.

Quel tipo di graduatorie fu certamente utile allora, ma già si percepiva come la correlazione tra fare molto latte e guadagnare fosse piuttosto debole: la redditività di un allevamento, infatti, dipende sì dai ricavi, ma altrettanto dai costi.

Per chiarire meglio questo passaggio, è come pensare che avere un stipendio elevato equivalga automaticamente a essere ricchi. In realtà, incassare ad esempio 10.000 euro al mese, ma mantenere un tenore di vita superiore alle proprie possibilità, può rendere più poveri di chi guadagna 2.000 euro al mese ma vive in modo proporzionato alle proprie entrate. Di esempi simili, sia tra le persone che tra le aziende che spendono più di quanto ricavano, ne abbiamo quotidianamente sotto gli occhi a bizzeffe.

Oramai la complessità ha pervaso ogni nostra attività: da un lato ci complica la vita, ma dall’altro ha reso i processi produttivi molto più efficienti e meno dipendenti dalle geniali intuizioni o dallo stacanovismo dei loro fondatori. Questo è stato possibile non solo grazie all’aumento della raccolta delle informazioni, i cosiddetti dati, ma soprattutto per la capacità di elaborarli e di trarne conclusioni utili.

Gli allevamenti oggi sono letteralmente pieni di dati, ma troppo spesso questi vengono scarsamente utilizzati per supportare le decisioni. Sapere, ad esempio, che il mio allevamento di bovine da latte produce 40 litri di media con il 4,00% di grasso e il 3,50% di proteine è certamente interessante, perché influenza in modo diretto il principale centro dei ricavi del conto economico. Tuttavia, se non posso confrontarmi con aziende simili alla mia, non avrò mai la possibilità di capire se sto facendo abbastanza o se potrei ottenere di più.

Il concetto di benchmark nasce negli anni ’70, quando la Xerox Corporation si interrogò sull’efficienza della propria logistica. L’azienda intuì che il modo migliore per valutarsi era confrontarsi con le migliori imprese simili, operanti nello stesso mercato e con gli stessi prodotti. Nei 55 anni trascorsi da quella felice intuizione del colosso statunitense delle fotocopiatrici (e non solo), il benchmark è progressivamente entrato anche nel settore zootecnico, in particolare attraverso la genetica.

Il concetto di rank, applicato sia alla valutazione del potenziale genetico delle bovine sia dei tori utilizzati, ha infatti contribuito in maniera decisiva a innalzare il livello genetico degli allevamenti, determinando un poderoso miglioramento complessivo.

A mio avviso un grande salto in avanti lo farebbe la nostra zootecnia se tutti gli attuali fenotipi raccolti nel corso dei controlli funzionali venissero elaborati attraverso il metodo del benchmark, magari integrandoli con quelli che normalmente gli allevatori archiviano per proprio uso. Dati collettivi, ossia relativi all’allevamento, e dati individuali, riferiti a ciascun animale, sono infatti tutti potenzialmente utili per fare confronti, individuare punti di forza e debolezza e, di conseguenza, crescere.

Se poi queste informazioni fossero completate da descrizioni sulla struttura e sulla gestione dei singoli allevamenti, allora, grazie allo studio dei dati con il supporto dell’intelligenza artificiale, si potrebbe arrivare a delineare un vero e proprio identikit dell’allevamento ideale e della migliore gestione degli animali.

È vero che l’AIA raccoglie, con metodo certificato ICAR, quei fenotipi indispensabili agli enti selezionatori per portare avanti i programmi di selezione genetica. Tuttavia, esistono molti altri fenotipi, produttivi, riproduttivi e sanitari, sia individuali che collettivi, che potrebbero costituire le fondamenta di un nuovo approccio alla consulenza e all’assistenza tecnica alle aziende, offrendo un supporto eccezionale alle decisioni operative.

In un mondo ideale, se ogni allevamento adottasse un medesimo metodo per raccogliere anche quei dati necessari a gestire un conto economico, si potrebbe applicare il benchmark a ogni centro di costo e di ricavo, creando così uno strumento prezioso per l’ottimizzazione del profitto aziendale, soprattutto in quei momenti in cui il prezzo del latte alla stalla si avvicina pericolosamente al punto di pareggio.

Mi sono sempre chiesto come si possa stabilire, in sede di trattativa sul prezzo del latte alla stalla, quale sia il giusto valore del latte se non si conoscono la media e la mediana del punto di pareggio per aree omogenee.

About the Author: Alessandro Fantini

Dairy Production Medicine Specialist Fantini Professional Advice srl Email: dottalessandrofantini@gmail.com

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