17 Novembre 2025

Nel giro di pochi mesi, il settore della zootecnia da latte è passato dalla tranquillità di un periodo non breve nel quale abbiamo avuto un prezzo del latte ai suoi massimi storici, alla preoccupazione per un calo importante delle quotazioni di vendita.

È successo quel che si impara ai primi passi di un corso di economia: prezzi alti, derivanti da una carenza di prodotto, incentivano tutti a produrre tanto. Alcuni investono pesantemente per incrementare la produzione poiché le quotazioni consentono margini interessanti; a quel punto la quantità di prodotto offerta aumenta in modo significativo e soddisfa le richieste del mercato.

Chi produce però non frena e la produzione offerta sul mercato sale ulteriormente; il mercato tuttavia non è in grado di assorbirla ed una parte, anche piccola, resta invenduta. Quella parte invenduta non viene buttata ma preme sul mercato per essere assorbita, utilizzando la leva del prezzo più basso. È così che il prezzo di mercato scende, sulla pressione di quel prodotto che rimane fuori dal mercato, invenduto, che, ad ogni prezzo, vuole essere collocato.

Nel nostro ambito anche poche camionate di latte libero hanno l’effetto di far scendere il prezzo ad un intero settore. Se immaginiamo che ormai siamo in un mercato globale, per il quale variazioni produttive in Nuova Zelanda hanno effetti che arrivano da noi nel giro di poche settimane, possiamo capire quanto complesso ed interdipendente sia il mercato di cui siamo parte.

A questo punto, che facciamo? Come affrontiamo le nuove sfide?

Il prezzo alto del latte consente a molti, se non a tutti, di stare sul mercato. Le aziende hanno tuttavia strutture di costi di produzione diverse: si dispongono come se stessero su una scala. Il gradino più alto corrisponde al costo di produzione più alto. Finché il prezzo del latte è più alto del costo di produzione più alto, tutto bene. Ci sarà chi la scampa, riuscendo a chiudere i suoi conti per un soffio e chi, al gradino più basso dei costi di produzione, avrà margini di guadagno importanti.

In fondo è come fare il gioco del limbo (qui). C’è chi riesce con disinvoltura a passare sotto ad un’asta e chi ha una rigidità tale da non riuscire a piegarsi ed al primo abbassamento dell’asticella deve ritirarsi.

Così è per i costi di produzione.

Tuttavia, solo chi li conosce può lavorarci e migliorarli consapevolmente. Per essere espliciti, se non sappiamo qual è l’incidenza di ogni singola voce di costo (alimentazione, manodopera, farmaci, manutenzioni, utenze, ecc.) sul nostro costo di produzione del litro di latte, come possiamo pensare di migliorarla?

Chi di noi è consapevole, conti alla mano, di qual è il proprio costo di produzione del litro di latte? Chi di noi sa qual è il proprio break even o punto di pareggio (si tratta del prezzo del latte al quale facciamo pari)?

Molti ritengono, a torto, di avere tutti i conti in testa. E pensano di affrontare così, alla bell’e meglio, le sfide di mercati mondiali in evoluzione continua. Ora, tornando al gioco del limbo, immaginiamo che il giudice che decide di abbassare l’asticella sia il mercato, il quale decide senza chiedere il nostro parere. Ci troviamo l’asticella abbassata ed il gioco continua. Con o senza di noi. A nulla valgono le nostre recriminazioni.

Chi vincerà al gioco dell’asticella?

La gara si gioca sui costi di produzione. Mi sento di suggerire che ciascuno misuri i propri costi di produzione in modo puntuale; magari, se vogliamo fare un lavoro fatto bene, suddividendo gli Opex (costi operativi) dai Capex (costi del capitale). Vince chi riesce a passare sotto l’asticella. A qualunque punto questa venga posta.

About the Author: Arrigo Milanesi

Farm Consulting srl Email: arrigomilanesi@gmail.com

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