
La febbre Q si manifesta nei ruminanti domestici con un ampio spettro di segni clinici, spesso subclinici, ma con importanti implicazioni per la salute riproduttiva e la produttività aziendale. La diagnosi richiede l’integrazione di approcci diretti e indiretti, con particolare attenzione al periodo del periparto e ai materiali di escrezione.
Nel precedente articolo abbiamo descritto la biologia e la patogenesi di Coxiella burnetii. Questo articolo analizza le manifestazioni cliniche nei bovini, ovini e caprini, gli strumenti diagnostici disponibili e l’impatto dell’infezione in termini zootecnici e di salute pubblica veterinaria.
Manifestazioni cliniche nei ruminanti domestici
I segni clinici della febbre Q nei ruminanti sono principalmente riferibili alle femmine in stato di gravidanza. L’aborto è il sintomo più importante e avviene soprattutto nella fase tardiva della gestazione, ma non può escludersi nelle fasi più precoci.
Nei piccoli ruminanti, l’infezione acuta è spesso associata a fenomeni di aborto che interessano contemporaneamente molti animali (tempesta di aborti). Nella specie bovina gli aborti sono meno comuni rispetto agli ovicaprini, mentre i fenomeni di infertilità, ipofertilità e metriti puerperali sono decisamente più frequenti. Un altro segno importante è la nascita di vitelli morti, disvitali o molto deboli. Questo fenomeno è particolarmente frequente nelle manze.
Nei piccoli ruminanti, in particolare nelle capre, la cosiddetta “tempesta di aborti” rappresenta l’esito più eclatante della febbre Q. Si tratta di un fenomeno caratterizzato dalla rapida successione di numerosi aborti nello stesso periodo, spesso concentrati nell’arco di pochi giorni o settimane. Tale evento dipende dalla massiva escrezione di C. burnetii da parte delle femmine infette al momento del parto o dell’aborto, con una conseguente contaminazione ambientale massiva e l’inalazione del patogeno da parte degli altri soggetti suscettibili del gruppo.
Il meccanismo è quindi fortemente autoalimentante: l’aborto di alcuni animali funge da potente amplificatore epidemiologico, alimentando un ciclo infettivo esplosivo. Clinicamente, la tempesta di aborti è spesso preceduta dall’assenza di segni prodromici e può interessare un’elevata percentuale di soggetti gravidi, con un impatto zootecnico drammatico e una persistente contaminazione ambientale con l’agente patogeno.
Un’altra manifestazione clinica della febbre Q è la mastite subclinica che, soprattutto nelle bovine e nelle capre, comporta un’eliminazione prolungata del patogeno, attraverso il latte, per molti anni.
In ogni caso, è utile ricordare che la severità delle manifestazioni cliniche è variabile anche in funzione della suscettibilità individuale, dello stato immunitario e della carica infettante.
Diagnosi
La diagnosi di febbre Q in allevamento richiede un approccio integrato, individuando con precisione che cosa ci interessa sapere. Se il nostro interesse è capire se la Coxiella stia circolando nell’allevamento, è sufficiente effettuare un esame (ELISA e/o PCR in real-time) su latte di massa, utilizzando la seguente chiave di lettura dei risultati:
Se invece volessimo affrontare la problematica riproduttiva dell’allevamento (aborti, natimortalità, infertilità) è necessario lavorare su matrici biologiche specifiche, seguendo le indicazioni EFSA, già riprese dalle linee guida dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie.
Per i casi di aborto è possibile analizzare il feto e gli invogli (almeno due cotiledoni) attraverso la PCR per la rilevazione del DNA batterico. In assenza delle matrici precedenti, è possibile analizzare il materiale cervico-vaginale ottenuto tramite un tampone. È molto importante ricordare che l’esecuzione della PCR su tampone vaginale è rappresentativa solo se effettuata entro 7 giorni dall’evento abortivo; oltre questo termine, l’attendibilità diagnostica si riduce drasticamente.
Altre matrici biologiche da analizzare, ma di importanza secondaria, sono il latte, le feci, l’urina e il sangue. Quest’ultimo può essere utilizzato con successo solo nella fase precoce dell’infezione, prima della comparsa, in circolo, degli anticorpi.
Come affermato precedentemente, dopo una settimana la probabilità di avere una PCR positiva sul muco vaginale diminuisce drasticamente, per cui sarebbe più utile effettuare un’analisi sierologica sul sangue. È necessario raccogliere almeno 6 campioni di sangue (ancora meglio 10) di bovine che abbiano abortito da almeno 15 giorni. Questo riferimento temporale è determinante per essere certi che ci sia stata una sieroconversione apprezzabile.
Sarebbe utile fare anche un esame di controllo sullo stesso numero di animali che non abbiano avuto alcuna sintomatologia, in modo da rendere l’indagine ancora più attendibile. Il test sierologico di elezione è l’ELISA. La fissazione del complemento è un test sierologico che non si usa di routine, ma che può rivelarsi utile per differenziare i soggetti escretori cronici da quelli escretori occasionali.
Pur non essendo una regola, in genere i soggetti escretori cronici di Coxiella burnetii hanno valori del test ELISA con indice S/P elevato e un test di fissazione del complemento positivo. Gli animali escretori occasionali hanno spesso un indice S/P del test ELISA piuttosto contenuto e valori del test di fissazione del complemento tendenti a essere negativi.
Impatto zootecnico
La febbre Q può causare perdite economiche dirette legate ad aborti, ritenzioni placentari, infertilità e riduzione della produzione di latte. Inoltre, l’infezione comporta impatti indiretti come l’aumento del ricorso a trattamenti, l’elevata rimonta e la riforma prematura degli animali.
Dal momento che è una temibile zoonosi, non è trascurabile il rischio di isolamento e restrizioni sanitarie dovute alla positività in allevamento.
Nell’immagine seguente è riportata una stima dell’impatto economico della febbre Q nei ruminanti.
Rischio zoonosico per l’uomo
La Febbre Q è una zoonosi. I soggetti maggiormente a rischio sono i veterinari buiatri, gli allevatori e gli operatori nei macelli e nei laboratori. La via più importante di infezione per l’essere umano è l’inalazione di aerosol o polvere contaminati da Coxiella burnetii.
La patogenesi, come nelle altre specie di mammiferi, prevede l’adesione del batterio ai recettori delle cellule bersaglio. Questo legame stimola l’attivazione di una proteina chinasi (un enzima) che fosforila, inattivando, le proteine deputate alla fagocitosi. Nel fagolisosoma, la Coxiella riesce a sopravvivere per lunghi periodi.
Il quadro clinico nell’uomo è caratterizzato, nel 60% dei casi, da un’infezione asintomatica. Il restante 40% può manifestare una forma clinica acuta febbrile, quasi sempre autolimitante, ma nel 2% delle infezioni da Coxiella burnetii si osserva una forma clinica grave, tendente alla cronicizzazione, che richiede spesso il ricovero in ospedale per polmonite atipica, epatite, febbre, ecc.
Una complicazione comune e assai temibile della Febbre Q cronica è l’endocardite valvolare, un’infezione tendente alla cronicizzazione delle valvole cardiache che, nell’arco di un paio d’anni, può esitare in un’endocardite proliferativa. Ne consegue un’insufficienza cardiaca di gravità variabile, a seconda dell’entità delle lesioni valvolari.
Le infezioni in gravidanza possono avere conseguenze molto gravi sul feto. In letteratura medica sono stati descritti poco meno di 40 casi di Febbre Q in donne incinte, manifestatisi con un aborto nel 26% dei casi (uno ogni quattro) e un parto prematuro in quasi la metà delle osservazioni (44,7%).
Conclusioni
La febbre Q, pur presentandosi spesso in forma subclinica, può avere un impatto rilevante sulla produttività aziendale e sulla salute pubblica. La diagnosi precoce e accurata, unita a una corretta gestione del rischio zoonosico, rappresentano degli strumenti professionali fondamentali per il buiatra moderno.
Il prossimo articolo affronterà le strategie di prevenzione, il ruolo della biosicurezza, il quadro normativo e le prospettive di controllo integrato della malattia.






















































































