
Due persone che svolgono lo stesso lavoro possono certamente definirsi colleghi. Lo stesso vale per due aziende: i titolari di due officine meccaniche, ad esempio, sono quindi colleghi.
Sono anche concorrenti?
Un’officina di Milano e una di Roma non possono essere considerate concorrenti; due officine situate sulla stessa strada, a poca distanza l’una dall’altra, sono invece chiaramente in concorrenza. Possiamo dunque affermare che, se operano nello stesso bacino di mercato, due aziende, pur essendo colleghe, sono anche concorrenti. Il discrimine è la possibilità che una “disturbi” l’altra nello svolgimento della stessa attività.
In alcuni settori ciò può riguardare il reperimento di fornitori o di materie prime (nel nostro caso, ad esempio, l’acqua). Tuttavia, quasi sempre, la concorrenza riguarda soprattutto l’accesso al mercato con i propri prodotti o servizi.
Per quanto riguarda le produzioni zootecniche, in una condizione di mercato aperta come quella in cui operiamo, le distanze geografiche possono non rappresentare un limite assoluto. Non è fuori luogo affermare che i colleghi che producono latte in Nuova Zelanda siano anche importanti concorrenti: dato che esportano circa il 90% della loro produzione, il mercato mondiale risente sensibilmente del latte immesso nel commercio internazionale dai produttori neozelandesi.
Due aziende vicine, per quanto i titolari siano colleghi e magari anche amici, entrano in competizione su diversi fronti: ad esempio nella ricerca di manodopera locale, nella disponibilità di terra da coltivare o affittare, e nell’uso dell’acqua per l’irrigazione.
Nel nostro Paese esiste un discreto livello di interesse da parte dei trasformatori per l’italianità del latte impiegato nelle produzioni casearie, anche se non in maniera assoluta. Salvo le aree del Parmigiano Reggiano e delle cooperative che trasformano latte in Grana Padano, circa il 50% del latte prodotto in Italia compete in una sorta di grande mercato unico.
In questa partita, la territorialità conta poco: che il latte sia destinato all’alimentazione o a qualsiasi altra trasformazione, il mio conferimento è sostituibile in ogni momento con quello di un collega, spesso italiano, ma talvolta francese, tedesco o polacco.
A questo punto, quel collega che consegna il latte al posto mio resta tale… oppure assume le sembianze di un temibile concorrente?
Non vorrei rompere l’incantesimo che circonda gli ottimi rapporti umani, caratteristica di fondo del nostro settore; credo tuttavia sia utile guardare in faccia le tendenze che ci accompagnano. Alcune possono essere così sintetizzate:
- Il nostro settore sta vivendo una forte accelerazione in termini di capacità ed efficienza produttiva, un trend che continuerà a ritmi sostenuti ancora per i prossimi 3-5 anni.
- In molti casi, l’efficienza produttiva non si traduce in efficienza economica né in redditività.
- In questo gioco, vince chi ha i costi di produzione più bassi. Non necessariamente si tratta dell’azienda più grande, di quella con la media produttiva più alta o con la migliore fertilità.
Mi pare chiaro che in questa competizione, perché di competizione si tratta, la strategia vincente è orientata verso aziende che gestiscono in modo ottimale i propri costi di produzione.
Dunque, il focus è sui costi unitari di produzione: quanto mi costa portare sul cancello dell’azienda un litro di latte?
Ecco, lì si gioca tutto.


















































































