
Allevare animali per produrre cibo per l’uomo ha senso fintanto che esistono persone interessate a questi prodotti. È noto però che oggi gli allevamenti non godono di una grande reputazione, soprattutto tra chi vive in città, e poco o nulla si sta facendo per riallacciare il rapporto con l’opinione pubblica.
In ogni caso, sono ancora molte le persone che consumano prodotti lattiero-caseari e carne: forse meno rispetto al passato, ma restano alimenti presenti nella dieta. A differenza di chi si definisce vegano, gli onnivori mostrano una crescente sensibilità verso il benessere animale, l’ambiente e la provenienza del cibo.
Come noto, con il Decreto Ministeriale del 9 dicembre 2016, che recepisce il Regolamento UE 1169/2011, è stato introdotto l’obbligo di indicare in etichetta l’origine della materia prima latte nei prodotti lattiero-caseari. Questo DM è stato recentemente prorogato al 31/12/2026: un fatto positivo, anche se resta poco chiaro perché non venga reso strutturale.
Le norme nascono per tutelare la coesione sociale e i diritti dei cittadini, ma spesso riflettono anche la volontà popolare. Ruminantia cita periodicamente i report semestrali dell’Osservatorio Immagino (OI), che mettono in relazione etichette e acquisti, monitorando così la propensione di consumo degli italiani.
A giugno 2025, l’OI ha analizzato 149.000 prodotti (l’82,6% delle vendite della GDO), di cui 102.023 appartenenti al comparto alimentare. L’ultimo report evidenzia che, su 28.494 prodotti food, il 27,9% riporta claim legati all’italianità (“bandiera italiana”, “100% italiano”, “prodotto in Italia”). Negli ultimi 12 mesi, questi prodotti hanno registrato un aumento delle vendite dell’1,9%. La sola presenza della bandiera italiana ha determinato una crescita dello 0,4% a volume e del 2,8% a valore.
Questi dati dimostrano che indicare l’italianità non è una scelta ideologica, ma economicamente strategica, trasversale rispetto agli schieramenti politici. Esiste anche un ulteriore livello di dettaglio: alcuni prodotti riportano la regione di provenienza. Si tratta di 11.049 referenze (il 10,8% del totale food), per un valore di 3,5 miliardi di euro, in crescita dell’1,8% a valore e dello 0,9% a volume.
Un esempio virtuoso è la Puglia: nei supermercati e ipermercati, l’origine pugliese è indicata su 869 referenze, con crescite dell’11,4% a valore e del 10,5% a volume negli ultimi 12 mesi. In Italia esistono persino 1.569 prodotti che riportano la provincia di provenienza.
Il cibo “naturale” (non ultra-processato) è ampiamente disponibile. Una parte rilevante viene scelta per il prezzo, mentre un’altra per elementi narrativi e per una qualità percepita e intrinseca elevata. I prodotti commodity seguono le logiche domanda/offerta, mentre quelli non commodity rispondono a dinamiche differenti.
L’Italia, da anni, ha scelto per il comparto agricolo la strada dell’alto valore aggiunto, per garantire una migliore remunerazione ad agricoltori e allevatori. Nel settore lattiero-caseario, una scelta vincente è stata l’adesione alla DOP Economy e ai prodotti a Indicazione Geografica (IG). I disciplinari di produzione, spesso stringenti, prevedono l’utilizzo di latte o carne provenienti dal territorio, rappresentando una garanzia concreta di valorizzazione della filiera.
In questo contesto, il DM sull’origine del latte rappresenta un importante strumento di tutela della produzione primaria. Considerando l’elevata domanda di prodotti che richiamano l’italianità, sarebbe logico che le oscillazioni del prezzo del latte estero non influenzassero il prezzo alla stalla destinato a queste produzioni.
Le forti fluttuazioni del prezzo del latte, spesso gestite in modo speculativo, stanno mettendo in difficoltà allevatori, sistema bancario e fornitori. Al contrario, la regolazione dell’offerta da parte dei grandi Consorzi di tutela, insieme agli investimenti in comunicazione ed export, ha contribuito a stabilizzare prezzi e vendite dei formaggi.
Per i prodotti non IG, l’indicazione dell’origine italiana del latte in etichetta, accompagnata da campagne credibili e professionali sugli aspetti salutistici ed etici, potrebbe favorire la decommoditizzazione del prodotto.
Finché però continuerà questa continua e poco razionale oscillazione del prezzo del latte alla stalla—quasi fosse ancora regolata da logiche medievali—sarà difficile avviare un reale percorso di riqualificazione. I Consorzi DOP hanno già dimostrato, con dati concreti, quanto sia fondamentale ragionare in ottica di filiera e rispondere in modo efficace alle richieste del consumatore e dell’opinione pubblica.



















































































