15 Ottobre 2025

I microelementi svolgono un ruolo fondamentale nella nutrizione e nella salute dei bovini da latte, partecipando a numerosi processi biologici essenziali, dalla respirazione cellulare alla sintesi di enzimi, ormoni e tessuti connettivi. La loro presenza, anche in tracce, è cruciale per garantire crescita ottimale, produzione lattea, efficienza riproduttiva e resistenza alle malattie. Tuttavia, l’equilibrio è delicato: sia carenze che eccessi possono compromettere il metabolismo, la funzione immunitaria e le performance produttive.

Di seguito vengono descritti in maniera approfondita i principali microelementi, rame, cobalto, iodio, ferro, manganese, selenio, zinco, arsenico, molibdeno, nichel e vanadio, che entrano nella dieta delle bovine, evidenziandone funzioni biologiche, assorbimento e interazioni minerali, fabbisogni, segni di carenza, tossicità e criteri di valutazione dello stato nutrizionale.

L’obiettivo è fornire una panoramica utile per comprendere il ruolo di ciascun elemento nella gestione nutrizionale dei bovini da latte e nell’ottimizzazione della loro salute e produttività.

Rame (Cu)

Il rame è un oligoelemento essenziale coinvolto in numerosi processi enzimatici fondamentali. Partecipa alla respirazione cellulare tramite la citocromo-c ossidasi, contribuisce alla formazione di collagene ed elastina attraverso la lisil ossidasi, regola la sintesi di melanina tramite la tirosinasi e partecipa alla maturazione dell’emoglobina. È inoltre cofattore della superossido dismutasi Cu-Zn, un enzima antiossidante cruciale nella difesa cellulare, in particolare nei leucociti fagocitari.

L’assorbimento intestinale del rame nei ruminanti è generalmente basso, intorno al 4–5%, e può essere fortemente influenzato da antagonisti minerali come zolfo, molibdeno e ferro, che nel rumine formano complessi insolubili, i cosiddetti tiomolibdati. L’aumento di S o Mo nella dieta, o la presenza di Fe nei foraggi, riduce la biodisponibilità e le riserve epatiche di Cu. Anche il tipo di suolo e l’ingestione accidentale di terra durante il pascolo possono ridurre ulteriormente la disponibilità.

Il rame è naturalmente presente nei foraggi (4–15 mg/kg di sostanza secca), ma spesso in forme poco disponibili. Tra le fonti inorganiche, il solfato di rame (CuSO₄) è il riferimento standard per biodisponibilità. Ossidi di rame risultano praticamente inattivi, mentre altre forme come CuCl o chelati organici mostrano disponibilità variabile a seconda degli antagonisti presenti.

Il fabbisogno giornaliero dipende da peso, crescita, gestazione e lattazione. Per una vacca Holstein media in lattazione, con produzione di 35 kg di latte/die, l’assorbimento richiesto è di circa 11 mg Cu/die. Considerando l’assorbimento limitato, la dieta dovrebbe contenere circa 10–11 mg Cu/kg di sostanza secca.

La carenza di rame si manifesta con ritardo di crescita, depigmentazione del mantello, anemia, fragilità ossea e immunodepressione, e con aumento della suscettibilità a mastiti e altre infezioni. La diagnosi si basa principalmente sul rame epatico (< 10 mg/kg nei casi clinici, < 35 mg/kg nei soggetti subottimali), mentre il rame plasmatico è poco indicativo.

L’accumulo eccessivo può portare a crisi emolitiche acute, spesso scatenate da stress, con ittero, emoglobinuria e necrosi epatica. La tossicità cronica si manifesta con valori epatici superiori a 300 mg/kg SS. Il limite massimo tollerabile è di 40 mg/kg SS, anche se riduzioni della performance possono comparire già oltre 20–30 mg/kg.

Cobalto (Co)

Il cobalto è essenziale per la sintesi ruminale della vitamina B₁₂ (cobalamina), cofattore di enzimi chiave nel metabolismo energetico, in particolare nella conversione del propionato in glucosio e nella rimetilazione della metionina. Solo forme solubili, come solfato o carbonato di Co, risultano realmente disponibili per i microrganismi ruminali; ossidi o forme insolubili lo sono molto meno.

La carenza di Co provoca ipovitaminosi B₁₂, ridotta gluconeogenesi e accumulo di succinato nel rumine. Gli animali presentano perdita di peso, scarso appetito, anemia e maggiore suscettibilità alle infezioni. Le concentrazioni epatiche di vitamina B₁₂ inferiori a 0,1 µg/g indicano carenza clinica. I giovani, con minori riserve epatiche, sono i più vulnerabili.

Il fabbisogno medio raccomandato è di circa 0,2 mg Co/kg SS, quantità sufficiente a garantire sintesi ottimale di vitamina B₁₂ e attività microbica adeguata. In presenza di diete ricche di cereali ad alta fermentescibilità, come l’orzo, può essere necessario un leggero incremento del Co disponibile.

A concentrazioni leggermente superiori ai livelli minimi (0,25–0,35 mg/kg SS), il Co può migliorare la digestione della fibra e favorire la crescita batterica nel rumine, probabilmente modulando l’adesione dei batteri alla matrice fibrosa. Tuttavia, l’effetto produttivo è limitato e non giustifica una supplementazione eccessiva. Livelli elevati di Co inducono anoressia, perdita di peso e anemia, ma la tossicità compare solo a concentrazioni molto elevate (>25 mg/kg SS).

Il rame e il cobalto agiscono in maniera complementare: il Cu interviene in processi ossidoriduttivi e nella difesa antiossidante, mentre il Co regola indirettamente il metabolismo energetico tramite la vitamina B₁₂. Entrambi richiedono un equilibrio con gli altri minerali ruminali, poiché eccessi o antagonismi possono compromettere la disponibilità e la salute metabolica dell’animale.

Iodio (I)

Lo iodio è essenziale per la sintesi degli ormoni tiroidei T4 e T3, fondamentali nel regolare il metabolismo energetico, la crescita, lo sviluppo fetale e la funzione riproduttiva. La carenza riduce la sintesi di T4 e T3, provocando ipertrofia tiroidea (gozzo) come meccanismo compensatorio.

L’assorbimento intestinale avviene sotto forma di ioduro (I⁻) con efficienza superiore al 90%, e il minerale si concentra nella tiroide per la produzione di T3 e T4. L’escrezione avviene principalmente tramite urine, ma anche con latte e sudore. Parte dello iodio ingerito passa nel latte, rappresentando una fonte nutrizionale per l’uomo.

Fattori che interferiscono con l’assorbimento includono goitrogeni presenti in alcune crucifere, residui di nitrati o tiocianati e acque contaminate. L’eccesso può paradossalmente inibire la funzione tiroidea tramite l’effetto Wolff-Chaikoff.

Il fabbisogno medio raccomandato di iodio (I) per le bovine da latte è generalmente compreso tra 0,5 e 0,8 mg/kg di sostanza secca (SS) della dieta. Esso dipende dal livello produttivo, stato fisiologico e contenuto di minerale nella dieta e nell’acqua. Nei bovini da latte, le esigenze aumentano con la produzione. Le fonti includono sali iodati, ioduro o iodato di calcio o potassio e alghe marine essiccate.

La carenza si manifesta con ipotiroidismo, gozzo, nascita di vitelli deboli e apatici, riduzione della fertilità, ritardo della ripresa post-partum, riduzione della produzione lattea e ritenzione di placenta. L’eccesso può causare ipotiroidismo secondario o tiroidite, ridotta appetizione, perdita di peso e ridotta produzione di latte, con limite massimo tollerabile di circa 50 mg I/kg di MS. La valutazione dello stato iodico si basa su T3, T4 e iodio nel latte.

Ferro (Fe)

Il ferro è una componente fondamentale di emoglobina e mioglobina, essenziali per il trasporto e stoccaggio dell’ossigeno. Partecipa inoltre a numerosi enzimi metabolici, nella respirazione cellulare e nella sintesi del DNA. Un adeguato apporto è cruciale per crescita, sviluppo dei tessuti e produzione di globuli rossi, influenzando resistenza alle malattie e capacità ossigenativa.

Il ferro viene assorbito principalmente come Fe²⁺ nell’intestino tenue, trasportato legato alla transferrina e depositato come ferritina in fegato, milza e midollo osseo. La perdita avviene lentamente tramite feci, urine, sudore e latte. L’assorbimento è limitato da fitati, ossalati, eccesso di calcio e rame, mentre vitamina C e aminoacidi solforati lo favoriscono.

Il fabbisogno medio di ferro (Fe) nelle bovine da latte adulte è dai 30 ai 50 mg/kg di sostanza secca (SS).

Nei vitelli in accrescimento, soprattutto se alimentati con latte o sostituti poveri di ferro, il fabbisogno può essere leggermente superiore (fino a 100 mg/kg SS) per sostenere l’eritropoiesi e lo sviluppo dei tessuti.

Il fabbisogno varia in funzione di età, produzione e stato fisiologico. Le fonti principali sono concentrati minerali, farine di carne e pesce, foraggi ad alto contenuto di ferro e acqua ricca di Fe.

La carenza provoca anemia ipocromica e microcitica, riduzione della crescita e della resistenza alle infezioni. L’eccesso può provocare emosiderosi, danni epatici e interferire con l’assorbimento di altri minerali. Lo stato si valuta con ematocrito, emoglobina, ferritina e biopsia epatica nei casi clinici.

In genere, tuttavia, le diete a base di foraggi e acqua di abbeverata contengono quantità di ferro più che sufficienti, rendendo rare le carenze primarie in condizioni normali di allevamento.

Manganese (Mn)

Il manganese è cofattore di numerosi enzimi coinvolti nella sintesi di carboidrati, lipidi, cartilagine e osso, e nella difesa antiossidante tramite superossido dismutasi. È essenziale per crescita scheletrica, funzione riproduttiva e sviluppo del tessuto connettivo e cartilagineo.

Assorbito nell’intestino tenue tramite meccanismi saturabili, si accumula in ossa, fegato, pancreas e reni. L’escrezione avviene principalmente con le feci. L’assorbimento è inibito da alti livelli di calcio, fosforo, ferro e fosfati, mentre forma chimica e qualità della dieta influenzano l’efficienza.

Il fabbisogno aumenta nei giovani in accrescimento e nelle vacche in lattazione. Le principali fonti sono concentrati minerali, cereali integrali e alcuni foraggi erbosi. La carenza provoca anomalie scheletriche, crescita rallentata, ridotta fertilità e problemi agli arti nei giovani. L’eccesso è raro ma può interferire con l’assorbimento di ferro e altri minerali.

Selenio (Se)

Il selenio è fondamentale per la sintesi di selenoproteine, tra cui glutatione perossidasi, deiodinasi iodotironiniche e tioredossina reduttasi. Contribuisce alla difesa antiossidante, alla funzione immunitaria, alla crescita, fertilità e salute della mammella, riducendo incidenza di mastiti e patologie riproduttive. La carenza provoca White Muscle Disease.

Le principali fonti alimentari sono selenometionina nelle piante, selenito o selenato di sodio e lievito arricchito in Se. L’assorbimento varia dal 30 al 62%, più elevato per la selenometionina dei lieviti. Lo stato si valuta mediante concentrazione ematica e tissutale, attività di GPx e parametri immunitari. Il fabbisogno è di 0,3 mg Se/kg SS, con limite massimo tollerabile di 5 mg/kg.

Zinco (Zn)

Lo zinco è componente di oltre 200 enzimi e regola metabolismo dei nutrienti, trasmissione nervosa, apoptosi e funzione immunitaria. L’assorbimento avviene nell’intestino tenue tramite trasportatori Zip e diffusione passiva. Componenti antagonisti della dieta (solfati, Cd, Fe, Cu) possono ridurlo.

Il fabbisogno dipende da mantenimento, crescita, lattazione e gestazione. La carenza provoca riduzione di DMI e crescita, alterazioni di pelle e zoccoli e immunodepressione. L’eccesso è generalmente ben tollerato, con limite massimo di 500 mg/kg SS.

Arsenico (As), Molibdeno (Mo), Nichel (Ni) e Vanadio (V)

Questi elementi sono presenti in quantità minime nei tessuti animali e raramente limitanti nella dieta dei bovini da latte. L’arsenico, studiato nelle capre, aumenta prolificità e sopravvivenza dei capretti a basse dosi; è tossico a concentrazioni superiori a 30 mg/kg SS. Il molibdeno agisce come cofattore enzimatico, con tossicità simile alla carenza di Cu. Il nichel, cofattore dell’ureasi, stimola DMI e crescita nei giovani, con concentrazioni sicure fino a 100 mg/kg. Il vanadio mostra effetti insulinomimetici e può aumentare la produzione di latte a dosi moderate, ma i dati non permettono di stabilire un AI; la tossicità si osserva oltre 50 mg/kg.

Tabella 1 – Fabbisogni e Limiti di Tossicità dei Microelementi nei Bovini da Latte

About the Author: Ettore Vicario

Zootecnico libero professionista.

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