15 Maggio 2026

Voglio iniziare questo editoriale condividendo con voi un’esperienza vissuta quarantadue anni fa, che ha profondamente condizionato la mia vita professionale, regalandomi indubbi vantaggi. Si dice che la fortuna sia cieca, ma a volte viene da pensare che ci veda molto bene. Dopo la laurea in medicina veterinaria decisi di assolvere l’obbligo militare nel Corpo Veterinario dell’Esercito Italiano. Ci riuscii e, dopo il corso a Pinerolo, fui assegnato come ufficiale medico veterinario alla Scuola Militare di Equitazione di Montelibretti. Ricordo quella nomina con grande preoccupazione, vista l’elevatissima reputazione e la complessità di questa eccellenza dell’ippica italiana, dove operavano cavalieri olimpici e cavalli di straordinario pregio e valore.

Come accade a tutti i novizi, soprattutto se giovani, ogni giorno rappresentava un esame da parte dei superiori e, ancor di più, dei cavalieri, anche quando con alcuni di loro condividevo il grado militare. Solo in seguito, riflettendo a mente fredda, compresi quanto quell’atteggiamento fosse giusto e condivisibile: affidare cavalli di tale valore a un giovane neolaureato richiedeva inevitabilmente grande prudenza e attenzione.

Ma in cosa consisteva davvero quell’esame continuo? Non certo nel verificare se fossi un eccellente cavaliere o se sapessi affrontare un concorso ippico: questo non viene richiesto a un medico veterinario. Quello che volevano capire era se fossi “uno di loro”, se condividessi la stessa postura mentale, se comprendessi il loro gergo — spesso quasi incomprensibile — e soprattutto quanto fosse autentica la mia passione per i cavalli e per il mondo delle competizioni ippiche. Naturalmente, davano per scontato che sapessi fare l’ippiatra.

Per me fu un vero e proprio rito di iniziazione, non solo al mondo militare ma alla vita professionale stessa, un esame che continua ancora oggi, ogni giorno. Quanto aveva ragione Eduardo De Filippo quando scriveva e interpretava “Gli esami non finiscono mai”: poche opere hanno saputo cogliere con tanta lucidità la sensibilità e la complessità del comportamento umano.

L’esperienza alla Scuola Militare di Equitazione rafforzò in me la convinzione che il modo migliore di esercitare la professione veterinaria fosse quello legato al mondo degli animali da reddito. Ancora oggi quell’esperienza mi aiuta a superare i continui esami ai quali gli allevatori sottopongono chiunque varchi il cancello della loro azienda come potenziale — o già consolidato — fornitore di beni e servizi, anche quando si hanno ormai i “capelli bianchi”.

Gli allevatori hanno sviluppato, quasi per selezione naturale, una sana diffidenza e una straordinaria capacità di valutazione, tanto da meritare simbolicamente un titolo accademico honoris causa nel ruolo di esaminatori. Mi capita spesso, soprattutto con i giovani che desiderano intraprendere la professione veterinaria o zootecnica, di dare alcuni consigli: studiare molto durante l’università, aggiornarsi costantemente nel corso della carriera, esercitare lo spirito critico, “vaccinarsi” contro euristiche e bias cognitivi e, soprattutto, restare profondamente allineati con il mondo allevatoriale.

La produzione primaria è infatti il primo grande ingranaggio che consente di esistere a chi propone beni strumentali e servizi, a chi trasforma prodotti di origine animale, al settore terziario e persino a importanti comparti della pubblica amministrazione. Nell’articolo “La nostra piccola grande tribù”, Ruminantia ha iniziato ad affrontare proprio questo tema, che influenza profondamente sia l’occupazione nel settore della buiatria e delle produzioni animali, sia la competitività degli allevatori.

Non basta sapere tutto: bisogna prima conquistare la fiducia del cliente e poi mediare le conoscenze teoriche acquisite all’università con la capacità pratica di risolvere i problemi. Questo si chiama esperienza. Il grande professionista non è soltanto colui che conosce molte cose, ma chi riesce a trovare soluzioni quando apparentemente non esistono, coinvolgendo il cliente nel percorso decisionale. Del resto, come ricorda il proverbio, “non si va in paradiso a dispetto dei santi”.

Si riesce davvero a proporre soluzioni praticabili solo quando l’allevatore ti percepisce come appartenente alla sua “tribù”: quando parli il suo linguaggio, condividi la sua mentalità e comprendi fino in fondo la sua esperienza quotidiana. L’allevatore valuta il novizio già dal modo in cui parcheggia l’auto in azienda, da come scende e da come inizia la conversazione. Certo, empatia e simpatia aiutano, ma ciò che fa davvero la differenza sono preparazione, competenza e capacità concreta di risolvere i problemi. Curriculum prestigiosi o illustri natali servono a poco nella produzione primaria.

Nei miei viaggi in Cina ho incontrato tecnici e allevatori molto preparati dal punto di vista teorico, ma spesso in difficoltà di fronte ai problemi quotidiani che sfuggivano ai protocolli imparati a memoria da docenti stranieri. Ricordo anche quando noi italiani guardavamo con ironia i tecnici giapponesi che giravano il mondo armati di macchine fotografiche e taccuini per copiare ogni tecnologia possibile. Oggi, spesso, sono proprio loro a insegnare innovazione e organizzazione a noi.

L’intelligenza artificiale rappresenta e rappresenterà un supporto straordinario nella gestione quotidiana, ma il ricorso passivo a essa rischia di ridurre la capacità di affrontare l’eccezione, perché viene meno la curiosità di comprendere davvero il perché delle cose.

Un mio caro amico, titolare di un’importante azienda italiana di prodotti e servizi per la zootecnia, mi racconta spesso quanto l’italian style aiuti a vendere strutture e competenze zootecniche all’estero. Il nostro percorso scolastico e la nostra mentalità ci portano frequentemente a trovare soluzioni laddove sembrano non esistere: ed è proprio questo il valore aggiunto che ci consente di superare i continui esami che la vita — e gli allevatori — ci sottopongono ogni giorno.

Ai giovani consiglio sempre di coltivare voglia di imparare, umiltà e capacità di ascolto: sono qualità che conducono quasi automaticamente al successo, non solo nella zootecnia ma in tutto il mondo produttivo. Per questo motivo invito chi si affaccia oggi alla professione a non avere fretta di laurearsi, ma a studiare con attenzione e profondità, costruendo quelle conoscenze e quello spirito critico che permettono di entrare nel mondo del lavoro a testa alta e di restarci da protagonisti per molti anni.

About the Author: Alessandro Fantini

Dairy Production Medicine Specialist Fantini Professional Advice srl Email: dottalessandrofantini@gmail.com

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